In vita

 

 

 

     E

r a d i c a r e
selvatico
questa
notte
nella tua notte
la libertà custodita

     tu puoi
     essere ancora
     questa pietra e l’incavo della sua zolla.

decumano massimo, bologna. 19 marzo 2019
 

 

 

 

Psyché

 

 

 

Sei tu —

       che torni a dispiegare
       al
       centro del petto ?

borgo di San Petronio, bologna. 19 marzo 2019
 

 

 

 

Stella

 

 

 

Solitaria
stella di cortile
che brilla sopra i panni ad asciugare
nell’aria calda della notte
a
primavera.

San Lazzaro di savena, bologna. 17 marzo 2019
 

 

 

 

Messi a nudo

 

 

 

Messi a nudo
tra
i rami deserti
e una più antica velatura
di luce
al tramonto

       beccheggiava di viole
       nel cielo,
       una teoria di crinali di nuvole
       di morbida rosa

Risospinti nel vento che imbruniva
al ricetto nell’aria
sonora
di canti.

case Battindarno, bologna. 9 marzo 2019
 

 

 

 

Com’era ieri

 

 

 

E poi la notte
che spira dal Sud con un cielo di nuvole
mosse
in un silenzio senza tempo
e
lucente d’ascolto.

L’aria morbida, è fresca.

A quest’ora, com’era ieri nella stanza nel giorno
lo stesso aderire
di Silenzio e
Parola.

borgo di San Petronio, bologna. 7 marzo 2019
 

 

 

 

Chi sogna

 

 

 

Chi sogna

 

 

     E
riviene a ondate
l’avere luogo del giorno
sul termine
di pelle
     addormentata      — Chi sogna
     cortine frementi
     di foglie dorate allo
     strapiombo ?

Borgo di San Petronio, bologna. 28 agosto 2017
 

 

 

 

 

 

Dimorare nel vento

 

 

 

 

 

 

Vista sui gessi e calanchi bolognesi
Croara di bologna, fine agosto 2017.

 

 

 

 

 

 

Dimorare nel vento

 

 

Dimorare palpabile nel
vento
nell’orecchio

   e lo smalto del cielo nella sera
   in
   cui hanno consuetudine alle ombre
   il frullo d’ali le grida
   degli uccelli
   i cori di grilli
   i versi di fagiani.

Croara di Bologna. 27 agosto 2017
 

 

 

 

 

 

Cerulea

 

 

 

Cerulea

 

 

Si divide da qui
cerulea
l’estate

       sulle spalle della notte scivolando.

Jerusalem Bononiensis, bologna. 22 agosto 2017
 

 

 

 

 

 

Di levante

 

 

 

Di levante

 

 

Dorato
palpabile dis
stare
della torre
nel cielo che scolora

di
levante       nella sera.

Piazza della Mercanzia, bologna. 18 agosto 2017
 

 

 

 

 

 

Stare

 

 

 

Stare

 

 

Stare, davanti al sonno dei giorni
come

alla riva di sabbie
davanti al
mare
— l’orizzonte di sale
tastando       luce
trasfigura

Borgo di San Petronio, bologna. 8 agosto 2017
 

 

 

 

 

 

Vento d’ombre

 

 

 

Vento d’ombre

 

 

In — attesa
la vena di
vento
di ombre
in cui l’occhio di lato
dischiude
all’in — verso.

Santa Maria della Morte, bologna. 30 maggio 2017
 

 

 

 

 

 

Del tempo

 

 

 

Del tempo

 

 

L’avere luogo del
tempo
nei limitari di nuvole all’orizzonte
nello sbiadire d’arie al cielo della sera
nel palpabile bruno delle ombre alla pietra
 

l’avere luogo del vento alle fronde lucenti
nel crepuscolo
blu.

Decumano massimo, bologna. 25 aprile 2017
 

 

 

 

 

 

La prima parola

 

 

 

La prima parola

 

 

Non detta
la prima parola fu data
alla carne       ai suoi tormenti

l’orecchio confida
l’offerta del giorno.

Borgo di San Petronio, bologna. 26 aprile 2017
 

 

 

Le premier mot

Indit
le premier mot
fut donné à la chair ~ à ses tourments

l’oreille confie
l’offrande du jour

Traduzione dall’italiano di Philippe Aigrain @balaitous

ATELIER DE
BRICOLAGE
LITTÉRAIRE

 

 

 

 

 

 

I passi del tempo

 

 

 

      I passi del tempo

Solo la forza di volontà decide per soluzioni di continuità. Per tutto il resto
valgono soltanto i passi che fa il tempo, forzandoci       nel bene
nel male.

bologna. 3 maggio 2015
 

 

 
DSCF0311
Il tempo di un giorno
bologna. Maggio 2015 ( cliccare sull’immagini per ingrandire )
 

 

Cliccare QUI per la raccolta completa

 

 

 

 

 

 

Stupori

 

 

 

Bolognaproc-20140708-04374

 

 

Stupori

Meraviglia delle braccia
dell’essere-in-piedi

        —lo sapevi che negli archi sono le danze per i bacchi verdi e delicati?

La rosarancia-alla-finestra
ora non morrà

Il tintinnio gocciante della pioggia
nell’orecchio, una luce diffusa
ci ricopre
e porta odore di dimenticanze.
Scorre l’acqua di pioggia lungo i piani       stanno intenti i verdi ad ascoltare.

bologna. 8 luglio 2014

 

 

 

Le scritture dell’aria

 

 

 

Le scritture dell’aria

Cinta di braccia che
La dispiegano in risacche di
Respiri       mobilissime inerzie
Del tempo che le sostiene       oppure
Che le fa tremare come sospese
Le foglie
Vanno al Vento.

bologna. 6 giugno 2014

 

 

 

Sonori

 

 

 

Sonori

Prima che sia
Giorno
Lambisce oro alla cenere
Del cielo cucito a rime
Dei merli che fanno eco di melodie

L’oro dell’aria si stira
Di chiaro      il silenzio
Di note

Vita si addensa
Creaturale
Se la natura del suo gesto
Sonora sovrabbonda
Profusa

bologna. 22 giugno 2014

 

 

 

Piogge

 

 

 

Piogge

I passi che ricorrono delle piogge
In levare
Trascorrono l’essere       via
Da sé, per tutte le direzioni del tempo

bologna. 25 giugno 2014

 

 

 

Delicatamente, estate

 

 

 

All’inerzia che
Trascorre piumata
In questi azzurri sereni

Avvolta ancora di stupore

          Per metà e più ordita
          Alla vita
          E senza-pari

bologna. 1 giugno 2014

 

 

 

L’arrivo

 

 

 

                                           …la sospensione del tempo
                                           precipita.

 

Fuori. Non è freddo come andavano dicendo,
E il Vento si è fermato. Sparito.
Profuma la notte
Di verdi fatui dagli incolti
Di fossili salmastri.

lecce 23 aprile – bologna 9 maggio 2014
 

 

 

Stazione di Termoli

 

 

 

Piove sul mare. Con tanta chiarezza
Che pare cancellato, il Mare.

Ombre di verdi,
Bruni piumati sotto cieli richiusi
Di umido e Vento.

Addensano passaggi innumerevoli
Una coltre d’immenso.

 

 

 

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Porto Sant'Elpidio-20140423-04002

 

Marche, litorale adriatico.
23 aprile 2014

 

 

 

Il Vento si è fermato

 

 

 

Il Vento si è fermato. Al posto suo lo spazio liberato, l’estensione innumerevole del tempo. Com’è difficile
durare
in ascolto. Essere qui.

bologna. 17 aprile 2014

 

 

 

Bologna-20140417-03904
bologna, basilica di San Domenico.

 

 

 

 

Il Vento di notte

 

 

 

L’aria
Sospinta
Nelle urgenze del Tempo:
Dove infrange la sua forza
Insorge e
Salta senza posa.

Luna, fissa
Nel cielo della notte risplende
Con qualcosa di eterno.

bologna. 14 aprile 2014

 

 

 

Con gli occhi dell’amore

 

 

 

       A piccoli sorsi, a boccate d’aria
       La discendenza celeste
       Ci allevia il passo,
       Ci colma la misura.

       Il dolore      il morire
       L’incompiuto nel mezzo

 

Cos’è un lutto?
Della vita ritrovarci le mani, più nessuna parola: esistenza è soltanto poesia. Sovrabbondante bellezza senza incanti. Dormire sonni senza attese.

bologna. 13 aprile 2014
 

 

 

 

 

 

Il primo mattino

 

 

 

Fresco
Pungente aroma germinale
Di azzurro
Di selvatico.

E’ degli uccelli il primo mattino,
Il canto.

*

E’ dei giardini
Degli alberi fioriti,
Dello stupore
Nello sguardo dei pazzi
Per certi angoli di viole.

E’ del silenzio
Di brace,
Di pietre crepitanti
Sotto millenni di cieli
Che si dipanano al giorno.

bologna. 12 aprile 2014

 

 

 

43.

 

 

 

43.

Corpi discinti dalla forma
Nella carne      D’immanente dolcezza

Filtrava nella notte alabastro
Una luce
Di luna creaturale

bologna. 10 gennaio, 2014.

 

 

 

Virginali

 

 

 

L’angelo incarnato
alla propria Antichità
si rispecchiò sul volto
che mandava barbagli
di nascente giovinezza: di grazia
la creatura
assaltava di presenza
variopinta,
di sguardi
e sorrisi.

bologna. 10 gennaio 2014.

 

 

LA BETISSA

 

 

 

betissa

 

 

 

          “E tutto tutto manda avvisi e ogni cosa si ripete …”
   

 

LA BETISSA

     Scrittura del fantastico in cui la parola magica – connotativa fino all’estremo – si plasma per non essere riconosciuta, smontando così l’affidabile cliché della produzione del senso che vuole sempre la lettera come una ri-lettura. E tuttavia ogni parola dice, vede come la prima volta un mondo mentre si fa di poetici incantamenti “irreparabili” fino alla fine:      

 

     “Che lievità di narrare, è proprio il vecchio sapere. Una vera fortuna oggi!”  — e si è più addentro a ogni passo, senza immedesimazione.

   

     Il tempo: assoluto illimitato, in cui levitano suggestioni e memoria popolare di molte vite. E invenzioni di tormenti per ritenere nella lingua un dolore di voci sorde, di mancanze, inascolti. Una parola fatta d’argilla che muta il suo racconto a ogni lettura come a ogni pressione di dita.

rosaturca
bologna. 27 gennaio 2014

 

 

Capitolo Sedicesimo

L’uomo dei curli ha guadagnato il carro
e steso tra le sponde
non offre dorso al cielo ma ha palpebre ingrossate
e pensa non lancerò più un solo curlo
e pensa non pesterò più di filato il tamburo
e pensa ormai non ruberò l’oro agli dèi
né i diamanti all’eldorodo
e pensa Castro non è più rossa
e pensa niente più vigore
e pensa niente guizzo che al culmine rincula
e pensa niente signora dalla grossa gola
e pensa niente di niente
e come un cancro esce adesso la sua voce
e dice ma gli pare di gridare niente torre solitaria
e dice ma gli pare di gridare il rosso più non genera
e dice ma gli pare di gridare il tamburo l’argilla non monterà

E mentre dice pensa allo squalo che da dentro divora
e mentre dice pensa non avrò mai parti boccali astate
e mentre dice pensa né carte gialle e rosse mi terranno lontano
e mentre dice pensa non avrò da ridere per le giubbe sforacchiate
e sa che d’oggi in avanti aprirò bocca e perderò voce
e sa che d’oggi in avanti non avrò carro ma voce sempre più fioca
e sa che d’oggi in avanti sarà meno di un bocciòlo di candela
e sa che d’oggi in avanti sempre più gente premerà
e avrà solo da dire un tempo in Castro rossa facevo correre i miei curli
e avrà solo da dire un tempo avevo una donna dal ventre di mora
e avrà solo da dire un tempo la vita correva sulle rigature del curlo
e avrà solo da dire un tempo si stupiva la terra melograna

E mentre parla o pensa alza la testa tra le sponde
e mentre parla o pensa la testa muove come rigido rubino
e mentre parla o pensa muove la testa in continui dinieghi
e mentre parla o pensa la testa tocca il cielo di nubi rosse
e dice anche oggi Castro avrà una luna che racchiude nubi
e dice anche oggi Castro sarà piena di parti boccali astate
e dice anche oggi Castro sarà terra di venditori incrèduli
e dice anche oggi Castro sarà di quattro spuntoni la regina
e dice un ragazzo dai capelli rossi ha sfidato lo squalo
e dice un ragazzo dai capelli rossi verso l’orlo degli dèi
e dice un ragazzo dai capelli rossi presso una cava provava un congegno
e dice un giovane dai capelli rossi con una grossa apertura alare
e dice ho pensato fosse un angelo caduto presso la cava
e dice così ho pensato visto che dentro di me si agitava lo squalo
e dice non so più dentro di me quanti serpenti e squali e quante bocche astate
e dice è grande la furia dello squalo che preme sottoterra
e dice ancora per me il mare è un odeon bene illuminato
e dice c’è tanta eleganza nel ragazzo dai capelli rossi
e dice ancora il giovane è muto chissà la sua rabbia
e dice i capelli rossi toccano il tetto di Castro
e dice ancora l’aria è già un vasto rosso
e dice l’aria ha mandibole e bocche astate però non ha corpo
e dice e dice e dice e mentre dice squali sottoterra mirano al suo intestino

Poi dice ad alta voce sottoterra è un sussulto
dice ad alta voce sottoterra ogni squalo ha un suo spazio
poi dice ad alta voce sono moltissimi gli squali rossi
dice ad alta voce sottoterra la loro ansia è la loro rabbia
grida l’uomo dei curli e si rizza tra le sponde
grida l’uomo dei curli ed è in piedi mentre Castro è tutta rossa

[…]

Santa Cesarea terme – Castro di Sopra
agosto – ottobre 1986

Tratto da LA BETISSA di Antonio Verri
Ristampa Edizioni Kurumuny – Calimera, 2005
 

 

 

“Un punto fermo”

 

 

 

     “… provincia è quel paese strano e disperato attraversato da altrettante strane, disperate e meravigliose energie.
     Provincia è anche l’oggetto di una violenza, di uno sfrutamento intellettuale perpetrato da chi ha interesse che sia così e solamente così      … Per noi salentini vi è una mortificazione in più: la rarefazione della nostra espressione, della nostra cultura, delle nostre idee.”

Antonio Verri
da Caffè Greco, maggio 1977.

 

          Piove, un mattino di foglia
          Sotto un cielo di Cenere.
          Mura palpabili e vive
          Prendono spazio tutto per sé.

          Si cammina sui bordi.

rosaturca
bologna. 20 gennaio 2014.

 

 

 

42.

 

 

 

42. (Acquatico)

     Disciolto il limite fisico della forma       Oppure nella perfetta adiacenza al perimetro del suo confine…

          Scivola nel  volume
          Generale,
          Nella forma del moto
          Dell’onda
          — dal battito
          Al respiro. La curva scompare
         Riappare.
         Lo stiletto di Luna
         Nell’atmosfera
         segreto,
         E’ qui.

bologna. 22 dicembre 2013.

 

 

 

41.

 

 

 

41.

   Da veli d’aria      Affiorando      Sulla marea delle Oscurità
        Candore di muschio
        Di nevi
        — schiariva
        Il vuoto deserto portato
        Del corpo
        Celeste.

bologna. 14 dicembre 2013.

 

 

 

40.

 

 

 

40.

Nel corso del tempo

   Senza dire parole si svolge al respiro      Tutt’Uno alle membra nel fuoco che muove

      E di Silenzio
      Nevica

bologna. 12 dicembre 2013.

 

 

 

39.

 

 

 

39. (Vento di Luce)

         Soffia alle fibre dell’albero della vita
         In fremiti e palpiti
         L’oro del giorno
         Nel cielo
         Della stagione.

   (Era tutto un mareggiare di rose, di urgenze di canti.)

bologna. 28 novembre 2013.

 

 

 

38.

 

 

 

38.

          Sottili trasparenti tenuità luminose
          Nel trapassare d’orbite
          Al tempo della sera


   Scivolano cortine di rose lungo il profilo bruno delle rotazioni dei mondi    Nel progredire incipiente dell’oscurità        Una riserva di luce schiarisce misteriosa

bologna. 25 novembre 2013.

 

 

 

36.

 

 

 

36. (Cometa)

Polvere
Effimera
Di ghiacci di stelle passa come una scia
Oltre le rotte
Delle attese nostre, indolore.

bologna. 25 novembre 2013.

 

 

 

35.

 

 

 

35. (Surrounding)

          Delle atmosfere di demoni
          Delle ascensioni beate
          Della gloria
          Del buio del dolore del pianto…

   Delle rivelazioni che portavano le antiche figure dipinte ha dissipato il gesto – l’incastro che fa il tutelare assembrando di quelle gli attributi e preparando così l’analogia     Quello che viene è la forza, e la violenza dei Voli     Una seminagione danzante nei gesti dell’uomo per il sogno più vivo di pittura.

bologna. 23 novembre 2013.

 

 

 

34.

 

 

 

34.

Delle mani
L’assordante
Laboriosa solitudine s’è spenta.

Prega per noi al silenzio della notte
Un ascolto senza misura.

bologna. 24 novembre 2013.

 

 

 

Saint-John Perse – Exil III

 

 

(Testo originale in lingua francese tradotto in italiano)

 

Exil

III.

   “…Toujours il y eut cette clameur, toujours il y eut cette splendeur,
   Et comme un haut fait d’armes en marche par le monde, comme un dénombrement de peuples en exode, comme une fondation d’empires par tumulte prétorien, ha! comme un gonflement de lèvres sur la naissance des grands Livres,
   Cette grande chose sourde par le monde et qui s’accroit soudain comme une ébriété.

   “…Toujours il y eut cette clameur, toujours il y eut cette grandeur,
   Cette chose errante par le monde, cette haute transe par le monde, et sur toutes grèves de ce monde, du même souffle proférée, la même vague proférant
   Une seule et longue phrase sans césure à jamais inintelligible…

   “…Toujours il y eut cette clameur, toujours il y eut cette fureur,
   Et ce très haut ressac au comble de l’accès, toujours, au faîte du desir, la même mouette sur son aile, la même mouette sur son aire, à tire-d’aile ralliant les stances de l’exil, et sur toutes grèves de ce monde, du même souffle proférée, la même plainte sans mesure
   A la poursuite, sur les sables, de mon âme numide…”

[…]

Paris. 1946

 

* * *

 

Esilio

III.

   “…Sempre vi fu questo clamore, sempre questo splendore,
   E come un alto fatto d’armi in marcia per il mondo, come un censimento di popoli in èsodo, come un fondamento d’imperi per un tumulto pretoriano, oh! come un gonfiarsi di labbra al nascere dei grandi Libri,
   Questa grande cosa sorda per il mondo e che cresce a un tratto come un’ebrezza.

   “…Sempre vi fu questo clamore, sempre questa grandezza,
   Questa cosa errante pel mondo, quest’alta angoscia per la Terra, e su ogni spiaggia di questo mondo, dallo stesso soffio proferita, la stessa onda proferente
   Una sola e lunga frase senza cesura per sempre inintelligibile…

   “…Sempre vi fu questo clamore, sempre questo furore,
   E quest’altissima risacca al colmo dell’impeto, sempre, all’apice della brama, lo stesso gabbiano sull’ala, lo stesso gabbiano sullo spazio, col battito d’ala unente le stanze dell’esilio, e su ogni spiaggia di questo mondo, dallo stesso soffio proferito, lo stesso lamento smisurato
   A inseguire, sulle sabbie, la mia anima nùmide—“

[…]

 

Traduzione italiana a cura di Romeo Lucchese. Edizioni Accademia, 1972.

 

 

 

Saint-John Perse – Exil II

 

(Testo originale in lingua francese tradotto in italiano)

 

 


Saint-John Perse

 

 

Exil

II.

   A nulles rives dédiée, à nulles pages confiée la pure amorce de ce chant…
   D’autres saisissent dans les temples la corne peinte des autels:
   Ma gloire est sur les sables! ma gloire est sur les sables!…    Et ce n’est point errer, ô Peregrin,
   Que de convoiter l’aire la plus nue pour assembler aux syrtes de l’exil un grand poème né de rien, un grand poème fait de rien…
   Sifflez, ô frondes par le monde, chantez, ô conques sur les eaux!
   J’ai fondé sur l’abîme et l’embrun et la fumée des sables. Je me coucherai dans les citernes et dans les vaisseaux creux,
   En tous lieux vains et fades où gît le goût de la grandeur.

[…]

Paris. 1946

* * *

 

Esilio

II.

   A nessuna riva dedico, a nessuna pagina confido la pura esca di questo canto…
   Altri agguanti nei templi il corno dipinto degli altari:
    La mia gloria è su sabbie! La mia gloria è su sabbie!… E non è errore, o Pellegrino,
   Bramare l’area più nuda per adunare alle sirti dell’esilio un gran poema nato da niente, un gran poema fatto di niente…
   Sibilate, o fronde, per il mondo; cantate, conchiglie sull’acque!
   Io fondai sull’abisso e la nebbia e il fumo delle sabbie. E mi stenderò nelle cisterne e nei vascelli cavi,
   In ogni luogo cavo e sciàpido ove giace il gusto della grandezza.

[…]

(Traduzione italiana a cura di Romeo Lucchese. Edizioni Accademia, 1972.)

 

 

 

33.

 

 

 

33.

Vera la distanza, e in quella
il selvatico del senso
in cui stupiamo per la rosa.

 

“E mai non era nostra
la schiuma dello stagno
o il ruvido lentisco, nulla avevamo compreso”*

 

Via senza uscite
l’errore di poesia.

 

* (Versi da Qualcuno è fermo... di Franco Fortini)

bologna. 19 novembre 2013.

 

 

 

Composita solvantur*

 

 

*COMPOSITA SOLVANTUR – dall’epigrafe sulla tomba di Francis Bacon.

“si dissolva quanto è composto, il disordine succeda all’ordine
– ma anche, com’era nel vetusto precetto alchemico, si dia l’inverso.”

Franco Fortini

 

 

 

31.

 

 

 

31.

Come una cosa nel vortice delle ore
al moto d’inerzia si porta lontano

        e sfa
        nell’incolore.

bologna. 17 novembre 2013.

 

 

 

30.

 

 

 

30.

Vibra di Bianco la notte granitica
Mentre le corse del pensiero sfociano a estuario
Nell’organismo ricettacolo di esistenti in divenire.

bologna. 16 novembre 2013.

 

 

 

“Fuori, il cielo…” Saint-John Perse – Amers [5 – 2]

 

 

 

5

[…]

   Fuori, il cielo si ventila con le branchie di sale. La notte estiva incrocia le vele e ritira le barche dotate d’ali. La luna si placa nel vino di malve. E la domestica buttata supina sulle sue stuoie di giunco accoglie in fondo al golfo le grandi figurazioni celesti in via d’immersione.

Parigi. 1957
(Traduzione italiana a cura di Romeo Lucchese. Edizioni UTET)

 

 

 

“Tu per me” Saint-John Perse – Amers [5 – 2]

 

 

 

5

[…]

   Tu per me sei l’avvicinarsi del mattino e la novità del giorno, per me sei la freschezza di mare e freschezza d’alba sotto il latte dell’Acquario, quando la prima nube rosa si specchia nello specchio d’acqua delle sabbie, e la Stella verde del mattino, Principessa ereditiera del giorno, scende, nudi i piedi, i gradini verdi del cielo per elargire l’infanzia alla fronte ricciuta delle acque…

   Tu per me sei la trasparenza di smeraldo del risveglio e la premonizione del sogno….

Parigi. 1957
(Traduzione italiana a cura di Romeo Lucchese. Edizioni UTET)

 

 

 

“Sapore di vergine” Saint-John Perse – Amers [5 – 2]

 

 

 

5

[…]

   Sapore di vergine nella Donna che ama, favore d’amante nella donna, e tu, profumo di sposa dove nasce la fronte, o donna presa nel suo aroma e donna presa nella sua essenza, labbra che t’hanno assaporata non odorano di morte… Incorruttibile, o grazia, più della prigioniera nella lampada.

   E perché sei presente, l’oro s’illumina nel frutto, e la carne immortale ci dice il suo cuore di zafferano rosa; e perché sei presente, l’acqua notturna serba presenza e sapore d’anima, come nei bianchi tessuti interni, immacolati, delle grandi palme faraoniche, nel posto purissimo e di seta finissima in cui vengono strappate.

Parigi. 1957
(Traduzione italiana a cura di Romeo Lucchese. Edizioni UTET)

 

 

 

“Colei che dorme” Saint-John Perse – Amers [5 – 2]

 

 

 

 

 

 

5

[…]

   Colei che dorme ancora in pieno giorno, ha la notte di mare sul volto, specchio di un’alba senza viso. E io veglio sulla sua riva, roso da un astro di dolcezza… Avrò per quella che non ode

   parole che non sono parole d’uomo.

Parigi. 1957
(Traduzione italiana a cura di Romeo Lucchese. Edizioni UTET)

 

 

 

29.

 

 

 

29.

L’anonimia di pioggia
Ha lavato la fronte
Dei pensieri.

Nessun moto per luogo –
L’estensione al Silenzio
E’ durata.

bologna. 15 novembre 2013.

 

 

 

26.

 

 

 

26. (L’uscita)

Schiacciate
Questo sonno

Come lungo i bordi dei fossi
Le rane alle prime luci del giorno.

 

bologna. 13 novembre 2013.

 

 

 

25.

 

 

 

 

25.

   Un opale azzurro il cerchio del Cielo, una luce dimentica delle ore del giorno sembra non riuscire a finire, non poter volgere verso la sera. 

   Così la notte  lunare ci sorprendeva specchiando come da un lago alpino, mentre si borda di queste ombre di cedri appena mosse nel Vento.

bologna. 9 novembre 2013.

 

 

 

24.

 

 

 

 

24. (Il segreto o dell’antico amor)

   Oggi la madre è tornata alla casa del padre. E lui ne ha guadagnato in sorrisi. A lui, nuovamente offerta in ogni giorno della vita la riserva d’Azzurri, la sua fertilità ridente semplice

 

          Anche quando l’amore

          Veniva spostato

          Disperso

          Dimenticato lontano…

   

   Duravano, per quella grazia custodita di un sorriso che ancora sapevano nel segreto fra loro

bologna. 9 novembre 2013.

 

 

 

Du secret – Michel Deguy “Gisants”. [5] L’Effacement

 

(Testo originale in lingua francese tradotto in italiano e inglese)

 

 


Michel Deguy

 

Du secret

   Mais en même temps il me parut qu’il ne tenait pas qu’à moi que l’amour fût sans issue; un secret de la vie dans la vie comme dans les meubles ou les demeures d’autrefois, un secret aussitôt perdu que changé en union comme un meuble à secret éventré requiert qu’on refasse un secret; et que le nôtre avait suivi cette voie de sa fatalité clandestine «aveugle» sous son bandeau et donc malheureux dans son bonheur, heureusement malheureux en certain sens; rapporté à l’imminence toujour differée et rapprochée de la séparation et suivant en cela le destin annoncé, narré, dans les oeuvres petites et grandes… Et que l’oeuvre avait à voir avec cette logique, l’oeuvre nouée, serrée d’arcane, tissant les liens avec les oeuvres anciennes, bourrant de secrets ce secret, coffrets ouvragés cénotaphes adornés d’amour recelé, francmaçonne, passeuse du latent couloir — comme les roses de Fortini étouffant de fines relations complexes l’histoire et la parole d’amour.
   Et c’est tout cela qui fait la souffrance; et entre la souffrance —dont à l’instant où j’écris je sens la montée antipéristaltique —et cette phrase de sonate ou cette peinture, il n’ya aucun rapport direct (comment l’un « traduirait »-il l’autre?), mais l’abîme de la métaphore, et le mot d’expression dit en vain le rapport le plus vague qui soit, dit désespérément, aveuglément, la croyance en ce transport massif et irretraçable entre la souffrance et l’art.

Paris. 1985

 

*

 

Il segreto

 

   Ma nello stesso tempo mi parve che non dipendesse soltanto da me che l’amore fosse senza via d’uscita; un segreto della vita nella vita come nei mobili e nelle dimore d’una volta, un segreto perduto non appena mutato in unione, come un mobile a segreto, una volta sventrato, esige che venga creato un nuovo segreto, mi parve che il nostro avesse seguito la via della sua fatalità clandestina, «cieca» sotto la sua benda e perciò infelice nella sua infelicità, in un certo senso infelicemente felice, riportato all’imminenza sempre differita e ravvicinata della separazione, seguendo in ciò l’annunciato destino, narrato nelle opere piccole e grandi… Mi parve che l’opera avesse a che fare con questa logica, l’opera serrata, cinta d’arcano, e che tesse legami con le opere antiche, che stipa segreti in questo segreto, scrigni lavorati cenotafi adorni d’amore celato, l’opera francomassone, traghettatrice del corridoio latente – come le rose di Fortini soffocano con sottili e complesse relazioni la storia e la parola d’amore
   Tutto ciò costituisce la sofferenza; e tra la sofferenza – di cui, mentre scrivo, sento la lievitazione peristaltica – e questa frase di sonata, o questo dipinto, non c’è alcun rapporto diretto (come infatti l’uno «potrebbe tradurre» l’altro?), ma l’abisso della metafora, la parola espressione dice invano il rapporto più vago che esista, dice disperatamente, ciecamente, la fiducia in questa traslazione massiccia, impossibile da rintracciare, tra la sofferenza e l’arte.

 

(traduzione italiana a cura di Geràrd Genot. San Marco dei Giustiniani, 1999.)

 

*

 

On the Secret

   

   But at the same time it seemed to me that it did not depend on me alone that love be without prospects; a secret of life in life as in furniture or dwellings of old, a secret lost as soon as it is changed into union like furniture with a secret smashed open requires one to renew the secret; and that ours had fallowed this course of its “sightless” clandestine inevitability beneath its blindfold and hence unhappy in its happiness, happily unhappy in a certain sense, related to the imminance of separation forever drawn near and postponed and thus following the fate foretold, narrated, in works small and great. . . . And that the work had to do with this logic, the work spliced, tautened with arcana, weaving ties with the ancient works, cramming this secret with secrets, carved caskets cenotaphs adorned with hidden love, freemasonic, smuggler of the latent passageway—like Fortini’s roses smothering with fine complex relations the story and the word of love.
   And all that is what makes up suffering; and between suffering—whose antiperistaltic ascent I feel at the instant I write—and this phrase of a sonata or this painting, there is no direct relationship (how could the one “translate” the other?), just the abyss of metaphor, and the word expression utters in vain the vaguest relation there is, utters desperately, blindly, the belief in this massive and irretraceable transfer between suffering and art.

 

(traduzione inglese a cura di Wilson Baldridge. Wesleyan University Press, 2005.)

 

23.

 

 

 

 

23. (Richiami)

Passare la notte
Trasparendo
Tra il dire e l’esistere

 

     —sta la vita appesa a un filo
[…] Un fioco lume di rosa

bologna. 8 novembre 2013.

 

 

 

22.

 

 

 

 

22. (Emily)

     Anche stanotte nella sua stanza chiusa Emily sta seguendo i confini di una stella. Fra le sue bianche mura è silenzio diamante, la vastità notturna e straniera dialoga con lei.

bologna. 29 ottobre 2013.

 

 

 

21.

 

 

 

 

21.

Correvano
colonne,
nel più alto del Cielo
inanellavano l’aria
stingendo l’alba di grigi
di oro
sotto la cenere spenta.

Corrono a Sud
grandiosità
di cenere, e Vento.

bologna. 29 ottobre 2013.

 

 

 

19.

 

 

 

 

19. (Tempo solare)

     Il naturale battito del mondo creaturale si riannida alla carne alla foglia alla stella.
     Biancotessuta una luce, o una gioia segreta viene calma di ombre, di grigio paziente.

bologna. 27 ottobre 2013.

 

 

 

18.

 

 

 

 

18.

Notte di melagrana
Rapiva il sonno alla zolla.
Respira incantata
Della terra l’umida brezza
Nell’oscurità.

bologna. 24 ottobre 2013.

 

 

 

17.

 

 

 

 

17.

       Recinta di pioggia naviga la notte, verso l’azzurro del giorno e il cielo che verrà di pietra alabastro.

bologna. 23 ottobre 2013.

 

 

 

Yiannis Ritsos. ΔΕΛΦΟΙ (Delfi 1961-62)

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

DELFI

 

Oggi mi sono stancato molto – con questo caldo, poi; – tutti questi anni mi sono stancato
su e giù dal Ginnasio al Museo, dal Museo al Teatro,
dal Teatro allo Stadio e viceversa. Sono stanco di indicare
senza che loro vedano; di parlare senza essere ascoltato.
Forse perché sono vecchio.

[…]

Sono stanco di andare avanti e indietro per la Via Sacra, il Portico degli Ateniesi,
la Fonte, il tempio di Apollo, lo spiazzo delle Colonne, – mi sono stancato
come se camminassi da secoli. Credo di appartenere anch’io
alla famiglia delle statue, di avere la loro età
o anche di più.
Solo questa stanchezza
mi resta, tutta mia, – e mi piace; – che cos’altro dire?

Quanto durano poco – non solo gli uomini, ma anche le statue, le pietre.
Rovine. Rovine. Guerre su guerre.
Incendi, terremoti, saccheggi. Poi la quiete
delle rovine, tranquillizzante, consolante, senza fine. Percorri
la salita deserta fino allo Stadio; una pietra
rotola in un fondo incredibile, lasciando
in aria un vuoto senza risonanza; – lì dentro
puoi immergere la mano come sotto il tuo cuscino. Niente.
Quiete rappresa lungo le gradinate.
Solo il despota sole, che tutto osserva con indifferenza, forse anche con malignità,
mostra spietatamente i marmi mutili ogni giorno più dentro.

[…]

Senti, la fonte,
una piccola vena che sale dalle viscere della terra, senza perdere nulla
della sua segretezza – una vena recisa
così consapevolmente calma da tradire la sua profondità. E questo,
insieme alle altre cose, è inutile, inutile. Sono stanco.
Sono stanco di recitare date –

[…]

Perfino le statue sono stufe; stanche anche loro, innocenti,
belle, irresponsabili, plasmate
con tanta tenerezza da mani umane innamorate
e che mostrano in tutta la sua bellezza il corpo umano;
le statue, che hanno simulato gli dèi per nascondere la propria divinità,
per nascondere la loro grande, insopportabile sincerità
e passare, diciamo così, nell’immortalità completamente nude, – chi? – loro
ch’erano già immortali nella propria effimera bellezza,
loro che, proprio dalla mortalità, hanno sognato perfettamente
e plasmato perfettamente l’immortalità col loro vulnerabile amore.
Naturalmente, più tardi, soggiacquero anch’esse come i loro artefici alla tirannia.

[…]

A volte queste colonne, nel sulfureo chiaro di luna, somigliano
ai denti rotti di un dio gigantesco, e le gradinate del teatro
sono come le mascelle nude di giganti morti,
mascelle nude, calme e indifferenti
senza ormai più l’avvilente necessità
del cibo, del bacio, del grido, senza più
l’umiliazione della sconfitta, l’alterigia della vittoria, solo
con l’immobile e impersonale vittoria della nudità.

A cosa serve, dunque, tutto questo? – commenti, ripetizioni,
interpretazioni, traduzioni, reviviscenze, imitazioni?

[…]

Nella traduzione di  Nicola Crocetti – Crocetti Editore, 2012.

 

* * *

Soltanto una meditazione silente può seguire la lettura completa della traduzione di Delfi, in cui il ritmo calmo della notte che cala sulle rovine riporta dai versi il tempo al suo ciclo di calma naturale, di resa e abbandono, di silenzio fraterno, stanchezza riposante, infinita. E’ infatti la stanchezza smisurata di un Vecchio (una guida turistica) che ci investe fin dalle prime righe, una spossatezza di secoli che diventa la nostra stessa gravità in una specie di nenia che procede per lampi di memorie fra luci e ombre e voli d’aquile che stendono certe isolette segrete, oscure, quasi sotterranee, sul meriggio colmo di luce.

Il canto di una resa della bellezza, di un riconoscimento del suo esilio davanti all’estenuante richiesta di consumo che facciamo noi del suo bene. Un bene nudo e divino, ma tutto immanente, sognato perfettamente e plasmato dalla mortalità. Sono cose ormai fuori della storia, indifferenti, sole, fiere –

[…] non resta altro che un immobile nero
opposto alla volontà spossata delle statue;
perché le statue, col loro biancore, sono
il negativo di tutto il nero. Esse, con le loro mani mozzate,
ci donano molte cose, – o forse ce ne prendono? Che cosa
possono dare le statue?

Incontri impenetrabili per noi nella nuova libertà clandestina che si istituisce fra le statue, le rovine (sorta di muta Anfizionia). A meno di riuscire ad espugnarla cedendo distaccati, liberi, perduti come all’altezza di quella sospensione del suono di campane, come sorretti dalle due possenti ali di bronzo su in alto, senza sapere dove siamo, o se siamo e dove cadremo.

bologna. 20 ottobre 2013.

 

 

 

 

16.

 

 

 

16.

Una grotta del Tempo
trova ricetto nella pietra antica
nella porosità dell’ombra notturna
quando la luce dal mondo si ritira,
lasciando al posto suo prossimità di lontananze
fertili
e silenziose.

bologna. 19 ottobre 2013.

 

 

 

 

15.

 

 

 

15. (Plenilunio)

E non fa male, la notte
questo abbraccio di nebbia che si posa.
Questo disco lunare
mentre si leva verso sud
valicando azzurre lontananze in vapori di nuvole.

bologna. 18 ottobre 2013.

 

 

 

 

14.

 

 

 

14.

Aspetto, sempre di più
che la pietra
s’arrossi.

Nell’aria umida
solcano vele sonanti
campane di poesia.

bologna. 18 ottobre 2013.

 

 

 

 

AGAMENNONE – Benigna tu sei, o bella Artemide […]

 

 

 

Coro:

epodo

“Benigna tu sei, o bella Artemide, ai teneri cuccioli do feroci leoni e ai piccoli ancora lattanti di tutte le fiere agresti; ma in bene si compia, ti prego, questo presagio, che favorevole apparve, se anche per te esecrando.

E te invoco, soccorritore Peana, non voglia la dea con venti contrari e lunghe dimore tener ferme alla riva le navi dei Danai; né voglia apprestare un altro sacrificio, contrario a natura questo, contrario a imbandigione di carni, artefice di liti domestiche, che fa nemica una sposa al suo sposo. Terribile furia resterà nlla casa, ricordevole e subdola, e pronta a risorgere per vendetta dei figli”.

Tali funeste vicende, sebbene congiunte a prosperi eventi, dal volo degli uccelli preannunciò Calcante alla casa del re.

E tu con questi presagi accorda lugubre canto, lugubre canto intona; ma il bene trionfi.

 

Dalla parodo di Agamennone, di Eschilo. Traduzione di Manara Valgimigli.

 

 

 

 

13.

 

 

 

 

13.

I chiari cieli mostrano le vene
al tramonto
di un deliquiare di Luce
—come rose d’ottobre sfogliano di petali
nei giardini richiusi
all’aria fresca e nuova, alle sere silenti
che non tardano a venire.

bologna. 16 ottobre 2013.

 

 

 

 

12.

 

 

 

 

12.

S’adagia l’ora
Alla lanterna

Sul baraccano. Ed è un cielo di rosa.

Sulla via Emilia antica
Nel chiaro azzurro
Sorge ora la Luna.

bologna. 16 ottobre 2013.

 

 

 

 

AGAMENNONE – Apparve il re degli uccelli ai re delle navi […]

 

 

 

Coro:

strofe

[…]

Apparve il re degli uccelli ai re delle navi. Due aquile erano, la nera e la bianca. Apparvero presso la reggia, dalla parte del braccio che vibra la lancia. Spiccavano in alto nelle lor sedi aeree, e divoravano una lepre femmina, gonfia del suo peso di figli, ghermita nell’ultima corsa. Intona lugubre canto, lugubre canto intona, ma il bene trionfi.

antistrofe

Vide il sapiente indovino dell’esercito; e conobbe che la coppia dei due guerrieri Atridi erano essi i divoratori della lepre, i capi della spedizione. E così disse interpretando il prodigio: “Giorno verrà che la città di Priamo sarà distrutta da quest’armata pronta a partire; e quante ricchezze le genti di Troia avevano accumulate dentro la loro corona di torri, violentemente la Moira saccheggerà. Purché la collera di un dio non fulmini prima e non copra di tenebre il grande esercito che intorno a Troia accampato la serra come una morsa. Pietosa è della lepre la sacra Artemide e irata agli alati cani di Zeus che la misera madre tremebonda prima del parto sacrificarono con gli stessi suoi figli. Odia la dea il convito delle aquile.” Intona lugubre canto, lugubre canto intona; ma il bene trionfi.

 

Dalla parodo di Agamennone, di Eschilo. Traduzione di Manara Valgimigli.

 

 

 

 

AGAMENNONE – E tu, figlia di Tindaro […]

 

 

 

Corifeo:

“E tu, figlia di Tindaro, regina Clitemestra, che cerchi, che cerchi di nuovo, che sai, quale notizia hai avuta, che mandi tutt’attorno sacrifici votivi agli dèi? Degli dèi che proteggono la città, superi e inferi, degli dei delle case e delle piazze, di tutti sopra gli latari bruciano le offerte. Da tutte le parti si levano fiamme, fino al cielo si allungano, ravvivate da schiette, da molli blandizie di purissimi unguenti, nutrite da libami che vengono dalle stanze regali.

[…]

Medica tu questa nostra ansia. Ancora presentimenti di male? Splenda dai sacrifici una dolce speranza che tenga lontano il dolore, insaziato dolore che il nostro cuore divora!”

 

Dalla parodo di Agamennone, di Eschilo. Traduzione di Manara Valgimigli.

 

 

 

 

AGAMENNONE – Il decimo anno […]

 

 

 

Corifeo:

“Il decimo anno è questo da quando il grande avversario di Priamo, Menelao re e con lui Agamennone, duplice trono e duplice scettro avuti in onore da Zeus, saldo giogo di Atridi, da questa terra uno stuolo di navi argive levarono esercito vendicatore. E dal cuore gonfio di collera gridarono il grande grido di guerra. Simili erano ad avvoltoi che dolenti dei figli strappati loro dal nido, in alto sul nido volteggiano e con gli alati remi battono l’aria e lamentano la fatica di avere inutilmente scaldato nel covo gl’implumi. Ma ode dall’alto un dio, o Apollo, o Pan, o Zeus. Ode degli avvoltoi l’acuta querela, e a vendetta di questi mèteci dell’aria, anche se punitrice tarda, spedisce contro i predoni la Erinni. Così contro Alessandro i due figli di Atreo spedisce Zeus.

Così Giove ospitale onnipotente
manda contro Paride la prole di Atreo,
imponendo per una donna,
preda di uomini molti,
molte lotte a fiaccare le membra, (*)

E intorno alla donna adultera suscita una dopo l’altra battaglie e si vedranno guerrieri che piegano le membra, e ginocchia puntate nella polvere, e lance spezzate, di Troiani e di Danai insieme.

Dovunque sia ora il destino, per tutti è segnato e già volge al suo compimento. Sacrifici empi non ardono, né sotto aggiungendo esca né sopra versando unguenti: nessuno potrà placarne le inflessibili collere.

E noi che con questa vecchia carne non potemmo pagare il debito di guerra e indietro fummo lasciati, qui siamo rimasti a reggere sui bastoni il nostro vigore infermo. Simile a linfa che in membra di infanti appena incominci salire, tale è quella dei vecchi, e Ares non ha quivi dimora. Che cosa è un vecchio quando le fronde già sono inaridite? Se ne va sulla via su tre piedi, è meno saldo di un bimbo, e vagola simile a un fantasma di un sogno diurno.”

 

Dallla parodo di Agamennone, di Eschilo. Traduzione di Manara Valgimigli.

(*) Traduzione di Leone Traverso.

 

 

 

 

AGAMENNONE – E quando la notte […]

 

 

 

Scolta:

[…]

E quando la notte, su questo giaciglio battuto dal vento, bagnato dalla rugiada, non visitato da sogni – perché la paura mi sta dappresso e non il sonno, la paura che m’impedisce di chiudere al sonno le ciglia – quando mi provo a cantare un canto o a mormorare una nenia sommessa,

se levo uno canto ad incantare il sonno,
piango le avversità di questa casa (*)

allora io gemo e piango la sorte di questa casa che non più come prima buoni reggitori governano.”

 

 

Dal prologo di Agamannone, di Eschilo. Traduzione di Manara Valgimigli.

(*) Traduzione di Leone Traverso.

 

 

 

 

11.

 

 

 

11. (Sublime)

Ma il nudo cielo e l’aria viva,
L’azzurro che fa il Vento,
L’ombra densa dei verdi
Nelle luci del tramonto.
 

 

 


Alessandro Guardassoni (1819-1888).  Affresco della cupola centrale con cori  di angeli. bologna, chiesa della SS. Trinità.

 

bologna. 12 ottobre 2013.

 

 

 

 

10.

 

 

 

 


Orazio Samacchini (1532-1577) “Il Crocifisso fra la Beata Vergine, san Bernardo e san Giovanni Evangelista”. bologna, chiesa della SS. Trinità.

 

 

 

 

10.

Magnificato il dono della Croce

     (niente ombre né spazio un’atmosfera di bistro ha preso il posto dell’aria)

      La carcassa bestiale ai ferri appesa sublima in chiarore d’ossa la posa del dolore. Brilla il rosso del sangue fuori dal corpo —nulla più che un vestimento. Come fosse il Sublime reale.

bologna. 12 ottobre 2013.

 

 

 

 

9.

 

 

 

9.

Scrutavo
La venuta della sera

La luce
In levare

Per un istante che pareva eterno.
E fu ancora imbrunire.

bologna. 11 ottobre 2013.

 

 

 

 

Impressione.

 

 

 

 

Impressione (dopo “Promemoria” di M. Deguy)

Scintillando come zampilli rotolano
giù dalla cima, o dalla tesa fune
sopra il vuoto
di luce propria di nomi irrorano le cose.

Certo, sono soltanto i sogni dei nomi delle cose, 
la loro danza in figure.

bologna. 20 settembre 2013.

 

 

 

8.

 

 

 

8.

Di oro e d’arancio
Nel bruno fogliame,
Nell’ombra precoce
Del tempo di una sera
In cui si aggira fiutando
Sodalizi d’immenso
In questi veli di pioggia

Sulle ombre.

bologna. 8 ottobre 2013.

 

 

 

 

6. (Ottobre)

 

 

 

6. (Ottobre)

Scivola via la fine dell’estate
Sopra i giardini di pioggia.
Fra le braccia questi rovi di rose
— Queste rose abbattute
Che ci additano
Al cuore.

bologna. 7 ottobre 2013.

 

 

 

 

5.

 

 

 

 

5.

Quale creatura
Tiene il passo nell’aria
In un mattino di pioggia,
Battendo come in levare
A questo ritmo scordato
E dimentico?

bologna. 6 ottobre 2013.

 

 

 

 

3.

 

 

 

 

3.

Posso guardare
la distesa marina
e la Pianura Celeste
adombrarsi di Vento,
pioviginare.

bologna. 5 ottobre 2013.

 

 

 

 

2.

 

 

 

 

2.

E ritorniamo
alla Descrizione del Mondo.

Nella Stanza dalla porta richiusa
la bocca piena di Vento.

bologna. 5 ottobre 2013.

 

 

 

 

Prima luna.

 

Crisalide di luce chiara lanterna avviluppata nei cieli della sera di braccia di nuvole sottili come scie, cangianti in blu, di bianco
Di cenere.

lecce. 8 settembre 2013.

 

 

Dagli Aperti.

 

Come si dice con la stessa certezza il nome dei Venti,
Alla deriva di un orizzonte
Del principio che non finisce mai.
Al confino di questa riserva di luce la curva del tempo
Orofulgente —per ogni istante si leva
E declina.

lecce. 4 settembre 2013.

 

 

Dalle montagne.

 

Dalle montagne increspate di verde
Alle vette
Alle gole e ai declivi già scritti dai ghiacci.
Torrentizie di fiumi le valli —dalle montagne
Discendono ancora a ogni passo
Gravità e ancoraggio
Sotto la volta dei cieli.

cadore. 10 agosto 2013.

 

 

senza titolo# 10

 

Fascio di nervi
E palpiti,
E petali di viole.
D’arancio e d’oro il sole
Sta passando la sua ora.
Nella stanzetta sola sul giaciglio
Muta,
Di brace.
Fragrante di sorpresa nell’orecchio:
Registra di ogni istante
Il solo suo posare.

lecce. 27 giugno 2013.

 

 

Rosa dei Venti.

 

Rosa marina nel fresco della sera.
Stella dei venti.
Pettinate maree dai lunghissimi crini
Mentre del mondo girano
Gli orizzonti
E battono al cuore,
Battono di sale.

Porto Adriano. 25 giugno 2013.

 

 

Passaggi annunciati.

 

Notturni moti di risacca fa il Vento, fra i rami
Che danzano alberi —metamorfosi
Per queste vene aperte dentro il cielo:
Impeto d’angeli
Che battono alla terra,
Che ti chiudevano la bocca
Di silenzi.

bologna. 14 agosto 2013.

 

 

Azzurri.

 

E possiamo sorridere
Alla malinconia che corre
Sulle corde del violino.
Tendiamo azzurre le braccia
In questo Vento della sera.
Azzurri,
E sconosciuti.

bologna. 21 giugno 2013.

 

 

Figure – Annunciazioni.

 

 

bologna. A ovest, sulla Certosa.

 

 

Annunciazioni.

Una timidezza. Grande.
Poi un raggio di luce
D’oro, una cascata
Di oro fuso, e caldo.
In quello,
Neri voli cadevano
Dall’altissimo.

Ho sentito il gelo
Serrarmi le ginocchia
—in me
Si scardinavano le congiunzioni d’essere
Che mi tenevano insieme.

Ho pensato che fossero demoni
A scavalcarmi la schiena.
IO SONO SVANITA
Come nel tonfo
Che fa il silenzio improvviso.

*

Tutti hanno sempre creduto che si compì in un’ora mattutina. Nella frescura di un’aurora prolungata, e tersa.
Fu invece sul finire del giorno. Nello splendore molle di un tramonto. Fisso, interminabile. Eterno.

bologna. 15 giugno 2013.

senza titolo# 9

 

 

bologna. L’orizzonte sui canali.

 

Dispensa il tempo
Seminagioni mirate
Di dolori.

Nel solco del giorno
Cadono solitari
Bozzoli di silenzi
Richiusi.

bologna. 9 giugno 2013.
 

 

La notte.

 

Non sono moltitudini di stelle
Ma il silenzio vegetale,
Che dalla Terra
Sale.
Quali orizzonti terrestri
Nella spinta di crescere
Ad ogni stelo, a ogni foglia
Moltiplicano
Possibilità di esistere.

In questa ora di brezza notturna
Nessuna voce,
Nessuna eco di passi,
Niente altro che l’estensione del tempo
Dal battito regolare.

bologna. 8 giugno 2013.
 

 

Raccolta di pioggia

 

 

 

Raccolta di pioggia

Una caduta di passi
Nell’aria,
Un fragore di tocchi
Che scartano
—l’uno
Dall’altro,
Ciascuno perduto
Verso la risonanza della sua eco           nello stupore di
Chi
Un’eco non ha, e si ferma
Ad ascoltare.

bologna. 30 maggio 2013
 

 

 

Franz

 

 

 

Di notte

Il corpo del Vento
Rovescia l’aria,
Gli alberi nella stanza,
Il cielo pieno di stelle.
Assedia
D’angosce il cuore.

bologna. 27 maggio 2013
 

 

 

senza titolo# 6

 

Vaste
Dardeggianti
Nubi
—d’allora in poi,
Degli angeli
Furono le gestazioni
In volo.

bologna. 17 maggio 2013

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Spirito animale

 

 

 

Spirito animale

Notturno,
Ampio
Murmure del Vento
Silenzioso, da qui,
Tra le alte fronde.
Dardeggiando veloce
Agita nell’ombra
Vaste chiome,
E in quelle il muoversi
Animale
Di anime ancora senza identità:
Fra scorrere e apparire,
Fra permanenza e inanità.

Verso le forze nel cielo       mobili sacche di
Dolcezza, di muschi, di volumi
Del tempo ancora a venire
Di una pittura
Che scivola lungo la schiena
Che danza
Abbandoni.
Brilla di luce per l’aria
Dietro di sé una stella,
Per la durata
Appena
Della sua caduta.

bologna. 14 maggio 2013
 

 

 

Luna nuova

 

 

 

Luna Nuova

         Arie notturne
         Muovono alla brezza
         Come dagli ampi frulli di Angeli
         In levare.

bologna. 10 maggio 2013

 

 

 

senza titolo# 3

 

Nell’estensione illimitata
Della durata del tempo
—la calma delle sere,
Per le volte celesti,
Discende
Dorata.
Nell’aria del tramonto.

Grida di rondini
Riecheggiano selvagge.

Del tempo:
Compiuta
Ogni misura.

 

 

I poeti lavorano di notte.

 



I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.
I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere Iddio.

Ma i poeti, nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.


 

 

La notte giovane.

 

E non finisce di venire
Della notte
La calma
Nell’oscurità.
Il chiarore lunare
Nell’adombrato cielo illumina
Come di madreperla
Negli abissi marini.
Il coro delle Pleiadi
Di azzurri nitidi
Il volgere della sua scia
Punteggia
Per l’orizzonte terrestre.
Tacciono i canti.
Ultimo, il profumo dei fiori
A librare nella brezza.

 

 

Un fiume grande come il mare.

 

Mi sveglio. Quasi le sette della sera, c’è sempre luce fuori. Ancora vita. Richiudo gli occhi, mi rigiro. Penso. Il mio corpo nel letto grande di lino bianco. C’è anche del rosso sopra il letto, e qualcos’altro di rosso ancora sparso per la stanza. Di nuovo giro la mia faccia sul cuscino. Considero quanto tempo è passato da quando il tempo lo riempivo io. Il lino bianco, la vita quotidiana fatta di cure, le attese. Sulla piega delle lenzuola braccia che restano scoperte. Sono le mie. Sull’orlo del tempo presago di destino. Con gli occhi chiusi.

Nel tempo della casa sempre avanzava un resto, una pausa per il respiro, la scrittura veniva così. Un esercizio muscolare diverso, sui fogli bianchi, come latte. Come lino. Tessuto di pazienza, di attese. Di amore. Come la piega imprevista che può prendere un giorno di tempo sereno. E s’infiammava la mente, sempre al di qua dello sguardo aperto e vuoto che inquadrava il terrapieno illuminato, nelle ore diverse del giorno, dalla finestra sull’argine del fiume. Il fiume ormai alla fine della corsa, prossimo al suo estuario, azzurro già, più largo e piano come il mare. Più dolce e perduto nelle luci del tramonto.

Scrivevo, sempre come allungare legni inutilmente da una sponda all’altra del fiume. Come intrecciare improbabili passerelle che si puntano sul cuore, per camminare là dove non si può stare in piedi, mai. Una ferocia radicale. Con tutto l’essere proteso nello slancio. Che non avviene come credo io. Che resta dentro, e strugge. E non chiedevo di vivere. Nemmeno di morire. Fulminante era l’ascolto.

Erano tempi in cui scrivere teneva il conto dei giorni, non si sa mai perché.
Molti anni più tardi, è l’inizio dell’estate. Il primo giorno di maggio.

 

 

Notte d’estate

 

 

 

Non il profumo delicato
Dei fiori,
Ma la fragranza ombrosa
Di terra
Sprigiona questa notte
Nel cuore
Dell’oscurità.

Io in quella vena
La mia audacia rinfresco.

Delle notti d’estate,
Avevo smesso di rammemorare
La calma che discende
Dagli spazi sereni.
Stanotte in quelli
Cerco di prender sonno.
 

 

 

L’Alzheimer e la passione dell’immaginario.

 

Alzheimer: il peso del buio.

Un paesaggio fatto al contrario (il video)

“Un paesaggio fatto al contrario è un racconto visivo e sonoro di percezioni, in cui il presente e il ricordo generano immagini e sensazioni. E’ come un teatrino disabitato, in cui a tratti prendono vita marionette scomposte, storie fantastiche, percorsi e visioni, sull’onda dell’entusiasmo generato dalla memoria che riconosce, ricolloca, riaccende. La mente del malato di Alzheimer non è solo capovolgimento delle percezioni, spaesamento senza ricordi, rarefazione della propria presenza. La coscienza, quasi regredita a una genuinità infantile, a volte genera pensieri in libertà, associazioni di idee audaci, imbandisce tavole di buonumore, in un percorso quotidiano che è condannato sì alla perdita progressiva, ma che non dovrebbe essere associato solo a uno stato di malessere costante e a un’angoscia senza uscita. La percezione del sé è diversa e storie e ricordi ancora abitano, indecisi e fragili, la memoria e l’individuo, a volte riproponendosi con realismo e inusitata forza, perfino con sprazzi di felicità autentica. Stupefacenti connessioni brillano tra le cose e la stanza buia della mente si popola di bagliori, riflessi, immagini nitide, anche se dipinte al contrario.”

 

 

A proposito d’immaginario.

Come spesso succede, comprendiamo l’importanza di qualcosa proprio là dove ci accorgiamo che manca. Così l’importanza di sentirsi ancora nella seduzione della passione dell’immaginario, balza in tutta la sua drammatica urgenza e necessità proprio quando ci rispecchiamo nello sguardo di chi, nella sua mente, stia smettendo di fiammeggiare proprio di quei corto-circuiti. Scivolando con spavento in un paesaggio desolato in cui i contorni delle immagini di una vita si perdono, cancellandosi progressivamente e lasciando cadere al posto loro soltanto una pioggia di cenere, prontamente riassorbita dal nulla silenzioso di uno spazio mentale divenuto infecondo. Come accade nella vita delle persone malate di Alzheimer. Ma questa malattia è soltanto la manifestazione più estrema e radicale dell’implorazione di aiuto che serpeggia più o meno latente nella vita di tutti in questa nostra epoca.

M viene incontro la rilettura “fuori moda” de Lo spazio letterario di Maurice Blanchot, a partire dal saggio introduttivo di Jean Pfeiffer che l’accompagna ampliando la riflessione sull’immaginario oltre la sfera dell’opera d’arte. Ho sempre pensato che si potesse emancipare la patologia dell’Alzheimer dall’esclusivo campo clinico -come dovrebbe avvenire per tutte quelle patologie, che sono tante, a sfondo “comportamentale” -per ricollocarla nella vita.

Sono passati più di vent’anni da quando per la prima volta abbracciavo con passione il testo di Maurice Blanchot. Fui folgorata dalla sua poetica, dalla somiglianza stringente fra le sue riflessioni sull’immaginario e la mia esperienza di vita e di scrittura. Soltanto una profonda intesa di sensibilità con l’autore poteva infatti consentirmi di accedere allora alla conoscenza della sua opera, nonostante la mia mancanza di mezzi di formazione filosofica e letteraria.

Dopo più di vent’anni non sono sicura di essere riuscita a distinguere la mia vita reale dalla dimensione dell’immaginario. Tuttora ritengo molto utili le riflessioni formulate dall’autore nel suo saggio degli anni ’50, per avviare sul tema un confronto critico e circostanziato non solo nella prospettiva dell’opera d’arte. I modi in cui ciascun individuo è in relazione -più o meno consapevolmente -con il mondo dell’immaginario implicano la necessità di dedicare una riflessione più accurata a una dimensione tanto impalpabile quanto strenuamente intrecciata alla nostra vita organica.

 

 

La passione dell’immaginario -di Jean Pfeiffer *

 

 

(Alcuni estratti.)

“L’immaginario non esiste. L’immaginario non è niente o, peggio, è menzogna, illusione che ci distoglie dalla vita. (…) E tuttavia l’immaginario ci ossessiona. Non c’è un solo istante della nostra esistenza che non sia percorso dall’immaginario, impregnato dalla sua lontananza; e non solo nei nostri sogni, nei nostri ricordi o nelle immagini, talvolta ci viene incontro nel cuore stesso di quella realtà che da ogni parte ci condiziona e ci sollecita, come ciò che d’un tratto sembra annunciare in essa una sorta di conversione imminente, la promessa e quasi il pegno di una surrealtà….”

“L’immaginario ci ossessiona, non però come qualcosa che sia l’altro versante della nostra esistenza, la sua faccia interna in rapporto con la sua faccia esterna, la sua possibilità infinita in rapporto alle sue possibilità limitate. (…) No, se l’immaginario ci ossessiona, nel seno stesso della nostra esistenza, è piuttosto come un di fuori, come un altrove che certamente ce ne distoglie, e dal quale tuttavia non possiamo distoglierci”.

“L’immaginario inteso come l’esteriorità radicale in rapporto al mondo, lo spazio fittizio in cui vivono le immagini.”

“Possiamo tentare di definire l’immaginario come un altro mondo, o come un non-mondo o come l’altro da ogni mondo. Ma forse l’immaginario si riconosce soprattutto in questo: è lo spazio di cui le immagini parlano, o che parla in esse.”

 

 

“Tuttavia l’immagine non esiste come un qualunque oggetto del mondo, non si lascia ridurre a una qualsiasi realtà. Essa esiste soltanto superandosi verso altro, significando per mezzo della somiglianza qualcosa di altro, qualcosa che essa non è veramente, qualcosa di assente. (…) Un’assenza scava l’immagine, la svuota del suo essere, della sua realtà.”

“L’immagine ci dà l’essere, ma ce lo dà privo di essere.” *

“L’immagine non appartiene alla realtà, e tuttavia vi rimanda, attraverso questa somiglianza, attraverso tutto il contesto di significazioni che l’accompagna. (…) Della natura specifica dell’immagine in quanto tale, la sola cosa che possiamo dire è che essa si sottrae.”

“L’immagine di un oggetto non soltanto non è il senso di questo oggetto e non aiuta alla sua comprensione, ma tende a sottrarvelo mantenendolo nell’immobilità di una somiglianza che non ha niente a cui somigliare.” *

“Che un essere somigli a un altro, un luogo ad un altro, un momento ad un altro, è cosa che già introduce l’equivoco, una inquietudine. La somiglianza significa lo stesso, ma sotto le spoglie dell’altro. In essa l’identità si specchia in se stessa, ma per sottrarsi a sé e per esporsi alla vertigine.
L’immaginario risiede forse tutto in questo iato. Ogni somiglianza è immagine, fa dell’oggetto la preda della sua immagine.”

 

 

“Avvertiamo tra lo spazio delle immagini (l’immaginario) e il mondo della realtà una distinzione, una incompatibilità fondamentale. (…) Entrare nell’immaginario è dunque entrare in uno spazio radicalmente estraneo, operare in rapporto al mondo e alla realtà della nostra vita una sorta di conversione fondamentale, entrare nello spazio di un’assenza che esclude ormai ogni correlativa presenza, nella dimensione di un altrove che esclude ormai ogni possibilità di essere qui.”

 

Tutto questo parlare di assenza, di un altrove che non è qui e che diventa perciò nessun luogo non deve trarre in inganno. Si tratta infatti, per me, di figure del linguaggio in cui la mente si muove cercando di delineare l’anomalia di un paesaggio e un orizzonte verso i quali costantemente solleviamo i nostri sguardi, là dove vivono le nostre immagini e sono attratte le nostre vite. Paesaggio anomalo perché privo di consistenza tangibile, come le stesse immagini che lo abitano. Ma non per questo fittizio o irreale. Sebbene l’immaginario sia un mondo impalpabile, sfuggente e le immagini siano oggetti immateriali — tutto ciò costituisce qualcosa dotato di forza propria, immersa in una fluttuante dinamicità come un’onda, una marea incessante di onde. Un mondo immaginario pulsante come un campo di elettricità che innerva di passione le nostre vite.

 

 

“Il primo nome che ha in noi l’immaginario è il nome di desiderio. Quanto le immagini annunciano si presenta come lo spazio di una infinita possibilità. Una sorta di tutto è possibile verso il quale il desiderio si slancia. Nel desiderio l’immaginario si fa promessa e fa risplendere come una promessa il fascino dell’altrove. (…) Proprio attraverso questo impulso il desiderio diviene prigioniero del’immagine, della sua fascinazione. Poiché il termine a cui il desiderio mira nel suo slancio non consiste affatto nel ricondurre l’immagine alle dimensioni del mondo, ma al contrario nel convertire il mondo alla dimensione dell’immaginario.”

“La fascinazione è passione dell’immagine.” *

“Dunque entrare nello spazio dell’immaginario è innanzitutto entrare nello spazio della fascinazione.”

 “La fascinazione è il tramite per cui l’immagine ci parla, se così si può dire il modo di espressione proprio dell’immagine, (…) il mezzo attraverso il quale essa ci attrae. E non con la chiarezza , la franchezza, la persuasione di un discorso, ma al contrario con la forza irreprimibile e la vertigine di un canto.”

“Vivere un avvenimento in immagine non vuol dire disimpegnarsi da questo avvenimento, disinteressarsene (…) ma vuol dire lasciarsi prendere, passare dalla regione del reale, in cui ci teniamo a distanza dalle cose per meglio disporne, a quest’altra regione in cui la distanza ci tiene…” *

“Non vi è comportamento di fronte all’immaginario, perché di una immagine non possiamo fare nulla, perché essa capovolge proprio il rapporto che possiamo avere con l’oggetto, perché lungi dall’esserne in possesso (e quest’affermazione è al cuore dell’immagine, che nella fascinazione diventa il nostro stesso cuore), ne siamo al contrario posseduti.

” Ciò che ci affascina ci toglie il potere di dare un senso, abbandona la sua natura sensibile, abbandona il mondo, si ritrae al di qua del mondo, attirandoci, non si rivela più a noi e tuttavia si afferma in una presenza estranea al presente del tempo e alla presenza nello spazio.” *

“(…) l’area assoluta, dove l’immagine da allusione ad una figura, diventa allusione a ciò che è senza figura -e, da forma disegnata sull’assenza, diventa l’informe presenza di questa assenza.” *

 

 

Attratti, dunque, verso un mondo immaginario cui le stesse immagini rimandano come verso un luogo che non è qui, ma altrove. Immagini allusive di un altrove in cui le fantasticherie più ingenue troverebbero la loro realizzazione. L’ingenuità consisterebbe nel credere, nello sperare la possibilità dell’avverarsi luminoso nelle immagini di quella surrealtà, che però messa alla prova rivelerebbe, secondo Blanchot, di essere allusione di ciò che non ha figura; non più forma che si delinea nello spazio della sua mancanza, ma informe presenza di quell’assenza. Detto in modo diverso: l’immaginario non esiste -oppure esisterebbe come nessun luogo.

 

“Blanchot vede nella spoglia mortale una forma esemplare dell’immagine. Il cadavere non realizza la verità di essere pienamente qui, né d’altra parte somiglia all’uomo vivo che è stato. (…) In quello che un cadavere evoca, l’altrove è diventato in nessun luogo.”

“Dov’è? Non è qui e tuttavia non è altrove; in nessun luogo?” *

Il cadavere incarna così nella sua presenza materiale quanto è percepito solo in modo confuso, e anche contraddittorio nell’immagine: la coincidenza insostenibile di qui e di in-nessun-luogo.”

 

Il cadavere, per me, è invece manifestazione esemplare dell’impossibilità che avvenga qualsiasi forma d’incarnazione, quando sia sfuggito ormai “per sempre” ciò che noi ci ostiniamo a sostantivare in un nome -vita -mentre si tratta di un agire -il vivere. Lo stesso fraintendimento che vuole per le immagini uno sfondo (immaginario) in cui posare, salvo poi considerare quelle forme illusorie, poiché prive della possibilità stessa di concretizzarsi in qualsiasi sostanza: spostando perciò l’accento dalla facoltà propria delle immagini di agire su di noi a quella di disporre di una qualche sostanziale concretezza.

 

“Immagine insostenibile e, anche, immagine limite e limite dell’immagine. Immagine di nessun luogo. Ma nessun luogo è pure in qualche modo il fondo di questo spazio senza fondo che chiamiamo l’immaginario, di quest’assenza senza contropartita di presenza che si annuncia come la sua stessa dissimulazione.”

“(…) Nell’immagine -e alla patri nell’opera -è la morte che parla. Non la morte, ma senza dubbio la passione. Tuttavia tra questa e la morte permane una relazione sorda ed ambigua. Come se solo l’approfondimento di una passione ci introducesse nello spazio di una morte vera (…) in cui appunto l’Io sparirebbe in una somiglianza ormai senza nessuna somiglianza.”

 

Ma sull’immagine noi non possiamo dire l’ultima parola. Mentre col nostro sguardo siamo pronti sempre a saldare le cose fra loro, l’immagine sola ci viene incontro. Per quanto integrata in tutte le sue parti, ogni immagine rivela di essere al mondo da sola, per sé. Tutte le immagini, vanno. Ognuna alla sua velocità. A volte passano insieme in tante, come portate su ali. Altre volte è la forza di un’onda che le sposta ricoprendole di sé.

Nel segno di una morte che cancella il primato della vita, così come di un immaginario che viene pensato privo di realtà -niente per noi accade più. Quest’attrazione fatale di passione (opera) e morte realizza il fraintendimento più essenziale e clamoroso che sta al cuore del “destino” occidentale che ancora non è capace e non vuole riorientare le fondamenta del proprio ordine simbolico, che in una prospettiva lineare enfatizza la morte come origine e fine, dimenticando il primato essenziale della natalità per la vita, la ciclicità di caos e cosmos. Lo stesso ordine simbolico che ha originato la separazione fra pensiero e corpo, fra essere e apparire.

Rimandando ad altri discorsi l’approfondimento critico di questi ultimi argomenti, qui mi preme sottolineare come l’esperienza sopravanzi di gran lunga le più sottili speculazioni sulla natura dell’immaginario, sulla sua presunta realtà o irrealtà. Riconoscendo a questa dimensione psichica una fortissima implicazione organica vitale e materiale. Mi fermo ad osservare il potere rigenerativo che si sprigiona dalla dimensione immaginaria, così come dalla fascinazione che viviamo in relazione alle nostre immagini. Osservo ciò proprio là dove queste facoltà -come avviene nei malati di Alzheimer -vengono a sbiadire gradualmente con angoscia e dolore fino a mancare tragicamente.
Ho l’impressione di non esagerare se affermo che la passione dell’immaginario è anche passione d’amore per la propria vita.

 

 

 

 

*La passion de l’imaginaire di Jean Pfeiffer pubblicato su “Critique” nel 1966, è presentato nella traduzione di Goffredo Fofi nel volume edito da Einaudi Lo spazio letterario, di Maurice Blanchot.

*Le citazioni in grassetto sono tratte da L’espace littéraire, di Maurice Blanchot. Editions Gallimard, Paris 1955. Nella traduzione di Gabriella Zanobetti per i “Reprints” Einaudi, 1975.

 

 

 

Canto d’acque.

 

La pozza d’acqua
Nel palmo della rupe
Si rinfranca,
In Te
Trova ricetto.

Nella notte di viole.
Sulle pendici dei monti.

Altitudine
Abissale e stellata.
E questo murmure di brezza
E questi canti di animali
Che muovono di notte
Per la radura.

 

 

Primiero canto.

 

In cuor mio
Attendo
Sotto gli occhi richiusi
Il cantare dei merli
Sui cancelli celesti
—Nell’aria
A un segno convenuto
Che non è dato sapere,
Cantano
Il passaggio dell’oscurità.

Primiera danza,
Suono ancestrale di ogni verso di poesia.

 

 

CLUSTER – Parte prima

 

Cluster. “L’esperimento”

Le capitava di dormire anche per intere giornate da quando tutto era finito. Nella casa l’ospitavano nessuno le domandava niente, niente che si aspettassero da lei. Di colpo ogni cosa intorno si ritrovò immersa in un fisso silenzio, le notti, i giorni venivano ancora, ma come si aprono inutilmente su certi luoghi abbandonati. Dormiva, per risanare da una spossatezza di secoli. Da lontano la sorvegliavano perché la vita non l’abbandonasse.

Fuori. Il mondo avrebbe trovato un nome per tutto questo. Ma non aveva importanza. Una marea d’oblio ricopriva adesso la sua realtà, una qualsiasi forma di realtà per lei. E tuttavia quello sterminato deserto in cui si risvegliava e si riaddormentava era ancora amore. Un amore valido e folle, di prima delle origini.

Dormiva, senza sogni.
Quando non dormiva riempiva fogli di colore puro. Con pochi tratti i suoi disegni venivano nel disordine alla luce, si dibattevano nel continente bianco di silenzio di prima dell’inizio -quasi che nel silenzio qualcosa, esitando, fosse sul punto di disgregarsi. Indifferente se sulla porta qualcuno le si arrestasse alle spalle, e trattenesse il respiro.
Non ho saputo mai se gridava distruggendo la forma. Né se quella distruzione avvenisse di continuo, di giorno, di notte, mentre dormiva oppure quando era sveglia. Ho sempre pensato che in quei momenti dovesse essere felice.

Tutti avevamo creduto che avesse deciso di curarsi, infine di guarirne. Sarebbe stato ragionevole pensarlo. Che si era trattato all’ultimo istante di un ravvedimento nella direzione della scelta di vivere. Dinanzi all’evidenza di quella che avrebbero detto la sua follia, tutto le avrebbero concesso e perdonato. Era accaduto in una città di provincia -dicevano -un giovane uomo e una ragazza. Di lei non si sapeva niente, soltanto che non era del posto, sì, veniva da fuori città.
Le avevano tutto perdonato, anche se le cose da sole avrebbero preso il posto suo. Lei, semplicemente smetteva di resistere. Fino al momento in cui la storia incominciava a prendere forma: a quella aveva rinunciato, non all’amore.

Diversi racconti sarebbero possibili dei fatti, e ognuno sarebbe un vagare attorno a un centro vuoto, richiamare qualcuno verso un futuro inatteso. Niente che sia avvenuto una prima volta -niente, è compiuto. Niente da recuperare alla memoria del desiderio, in cui abbandonarsi alla nostalgia per i giorni che restano da vivere. Lo scacco di qualcosa che non ha avuto inizio, non avendo avuto un luogo dove farsi, dove nascondersi, annidarsi. E rimanere per questo la possibilità che non smette di venire ancora.
La storia non avrebbe avuto inizio una volta, per rimanere possibile sempre. Lontano, per sempre. Ancorata soltanto alle radici delle più oscure foreste del desiderio che non conoscono nomi, né volti. Che non finiscono di respirare di notte, di giorno sopra il cuore dei pazzi. Qui dove lei riposa, nel più selvatico degli isolamenti.

 

* * *

 

Cluster – estratto “Dormiva”

 

Cluster.

Dormiva, senza sogni.
Quando non dormiva riempiva fogli su fogli di colore puro. Con pochi tratti i suoi disegni venivano nel disordine alla luce, si dibattevano nel continente bianco di silenzio di prima dell’inizio -quasi che nel silenzio qualcosa si dovesse disgregare. Indifferente, per lei, che fosse da sola oppure che qualcuno sulla porta si arrestasse un poco alle sue spalle, e trattenesse il respiro.
Non ho saputo mai se gridasse mentre distruggeva la forma. Né se quella distruzione avvenisse di continuo, di giorno, di notte, mentre dormiva oppure quando era sveglia. Ho sempre pensato che in quei momenti dovesse essere felice.

 

 

Cluster – “L’esperimento”

 

Cluster.

le capitava di dormire anche per intere giornate. da quando tutto era finito. nella casa dove era venuta ad abitare nessuno le domandava niente, niente che si aspettassero da lei. da lontano, la sorvegliavano perché la vita non l’abbandonasse. intorno ogni cosa pareva immersa in un fisso silenzio. i giorni, le notti si aprivano inutilmente, disabitati -dormiva, come per risanare da una spossatezza di tutta la vita. una vita fatta di secoli. il mondo fuori da qui avrebbe dato un nome a tutto questo. ma non aveva nessuna importanza. una marea d’oblio risucchiava adesso la sua realtà, una qualsiasi forma di realtà per lei. e tuttavia quello sterminato deserto in cui si risvegliava e si riaddormentava era ancora amore. un amore valido e folle, di prima delle origini.

bologna. Dicembre 2012.

 

 

L’instant decisif.

 

Mi domando se la memoria della fotografia di cui scriveva Henri Cartier-Bresson, non sia in realtà la manifestazione “memorabile” di qualche cosa in noi stessi come la struttura sottesa e misteriosa. Può un oggetto, quale appunto una fotografia, essere dotato di memoria? Se la memoria è piuttosto l’ambiente e il processo di qualcosa che accade e non la sua traccia tangibile.
Henri Cartier-Bresson raccomandava di evitare di fotografare “macchinalmente”, a raffica e in fretta per evitare di caricare un eccesso di inutili istanti, informazioni che ingombrando la memoria nuocerebbero infine alla nettezza dell’immagine e al suo contenuto risonante, veramente significativo. L’eternità che muove nell’istante sarebbe da prendere al ritmo stesso dell’evento.
E tuttavia, siamo davvero sicuri di puntare l’obiettivo davanti a noi, nella distanza fra il nostro occhio e il soggetto? Oppure l’oggetto che si mira ponendo sulla stessa linea occhio, cuore e cervello è posto nella direzione contraria, nella camera più oscura del mondo interiore? Che cosa è veramente fermato con una fotografia?

Riporto nella traduzione di Piera Benedetti per le edizioni Abscondita:

“(…) Per ciascuno di noi, a partire dal nostro occhio ha inizio quello spazio che si allarga all’infinito, spazio presente che più o meno intensamente ci colpisce e immediatamente diventa memoria e nella memoria si modifica in noi. Di tutti i mezzi di espressione la fotografia è la sola capace di rendere l’eternità dell’istante. Noi giochiamo con cose in continua sparizione e, una volta sparite, è impossibile farle rivivere.”

Henri Cartier-Bresson. L’istante decisivo.

 

 

R. M. RILKE – Poesie francesi “Verzieri N.39”

 

Ô mes amis, vous tous, je ne renie
aucun de vous; ni même ce passant
qui n’était de inconcevable vie
qu’un doux regard ouvert et hésitant.

Combien de fois un être, malgré lui,
arrête de son oeil ou de son geste
l’imperceptible fuite d’autrui,
en lui rendant un instant manifeste.

Les inconnus! Ils ont leur large part
à notre sort que chaque jour complète.
Précise bien, ô inconnue discrète,
mon coeur distrait, en levant ton regarde.

*
Amici miei, tutti voi, io non rinnego
nessuno di voi; nemmeno questo passante
che era dell’impensabile vita
un dolce sguardo aperto ed esitante.

Quante volte un essere, suo malgrado,
trattiene del suo occhio o del suo gesto
l’impercettibile fuga altrui,
rendendone un istante manifesto.

Gli sconosciuti! Sono loro che hanno la gran parte
della nostra sorte che ogni giorno completa.
Rendi preciso, o sconosciuto discreto,
il mio cuore distratto, sollevandolo al tuo sguardo.
 

 

R. M. RILKE – Poesie francesi “Verzieri N.45”

 

Cette lumière peut-elle
tout un monde nous rendre?
Est-ce plutôt la nouvelle
ombre, tremblante et tendre,
qui nous rattache à lui?
Elle qui tant nous ressemble
et qui tourne et tremble
autor d’un étrange appui.
Ombres des feuilles frêle,
sur le chemin et le pré,
geste soudain familier
qui nous adopte et nous mêle
a la trop neuve clarté.

*
Questa luce può
renderci tutto il mondo?
Non è piuttosto la novella
ombra, tremolante e morbida,
che ci riunisce a lui?
Lei che tanto ci rassomiglia
e che gira e trema
intorno ad un estraneo appiglio.
Ombre di foglie esitanti,
sul sentiero e sul prato,
improvviso gesto familiare
che ci adotta e rimescola
a ciò che per chiarezza è troppo puro per noi.
 

 

NOTE DA UN’ARTEFICE. XV

 

Lungo le chiome d’alberi
Pensieri antichi
Slegano
Tutto l’oro del giorno.
Per tutti i verdi steli
Ripercorreva il tempo
La sua luce.
Quali lingue sconosciute
Declinano dal verde
I corsi dell’esistere?
Quale il punto
A cui si riferisce
Lo schiudere del tempo?

 

 

R. M. RILKE – Poesie francesi “Verzieri N.42”

 

Ce soir quelque chose dans l’air a passé
qui fait pencher la tête;
on voudrait prier pour les prisonniers
dont la vie s’arrêtée.
Et on pense à la vie arrêtée…

À la vie qui ne bouge plus vers la mort
et d’où l’avenir est absent,
où il faut être inutilement fort
et triste, inutilement.

Où tout les jours piétinent sur place,
où toutes les nuits tombent dans l’abîme,
et où la conscience de l’enfance intime
à ce point s’efface,

qu’on a le coeur trop vieux pour penser un enfant.
Ce n’est pas tante que la vie soit hostile;
mais on lui ment,
enfermé dans le bloc d’une sort immobile.

*
Questa sera qualcosa nell’aria è passato
che fa chinare la testa;
si vorrebbe pregare per i prigionieri
dei quali la vita si ferma.
E si pensa alla vita fermata…

Alla vita che non muove più verso la morte
e da dove l’avvenire è assente,
quella in cui bisogna essere inutilmente forti
e tristi, inutilmente.

Dove tutti i giorni ristagnano sul posto,
dove tutte le notti cadono nell’abisso,
e dove la coscienza dell’infanzia di sé
è a tal punto cancellata,

che si ha il cuore troppo vecchio per pensare un bambino.
Non è tanto perché la vita sia ostile;
ma perché gli si mente,
imprigionato nel blocco di una sorte immobile.
 

 

R. M. RILKE – Poesie francesi “Verzieri N.40”

 

Un cygne avance sur l’eau
tout entouré de lui-même,
comme un glissant tableau;
ainsi à certains instants
une être que l’on aime
est tout un espace mouvant.

Il se rapproche, doublé,
comme ce cygne qui nage,
sur notre âme troublée…
qui à cet être ajoute
la tremblante image
de bonheur et de doute.

*
Un cigno avanza sull’acqua
tutto cinto di sé,
come l’immagine di un dipinto che scivola;
nello stesso modo in cui in certi istanti
un essere che si ami
è anche lo spazio che muove intorno a sé.

Si ravvicina, doppiato,
come questo cigno che galleggia,
sulla nostra anima incerta…
che a questo essere aggiunge
l’immagine tremolante
della felicità e del dubbio.

 

 

R. M. RILKE – Poesie francesi “Verzieri N.43”

 

Tel cheval qui boit à la fontaine,
telle feuille qui en tombant nous touche,
telle main vide, ou telle bouche
qui nous voudrait parler et qui ose à peine, –

autant de variations de la vie qui s’apaise,
autant de rêves de la douleur qui somnole:
ô que celui dont le coeur est à l’aise,
cherche la créature et la console.

*
Un certo cavallo che beve alla fontana,
una certa foglia che cadendo ci sfiora,
quella mano vuota, o quella bocca
che ci avrebbe parlato e che osa appena, –

tanto variano le forme della vita che si quieta,
quanto i sogni del dolore in dormiveglia:
o sia colui con la contentezza nel cuore
a cercare la creatura e a consolare.

 

 

R. M. RILKE – Poesie francesi “Verzieri N.24”

 

C’est qu’il nous fait consentir
à toutes les forces extrêmes;
l’audace est notre problème
malgré le grand repentir.

Et puis il arrive souvent
que ce qu’on affronte, change:
le calme devient ouragan,
l’abîme le moule d’un ange.

Ne craignons pas le détour,
il faut que les Orgues grondent,
pour que la musique abonde
de toutes les notes de l’amour.

*
Che noi acconsentiamo
a tutte le forze estreme;
l’ardire è il nostro problema
malgrado il grande pentimento.

E avviene poi sovente
che quanto abbiamo vissuto, si muti:
la calma in uragano,
l’abisso nella matrice di un angelo.

Non temiamo la curvatura,
l’Organo deve rimbombare
perché la musica abbondi
di tutte le note dell’amore.
 

R. M. RILKE – Poesie francesi “Verzieri N.38”

 

Vues des anges, les cimes des arbres peut-être
sont des racines, bouvant les cieux;
et dans le sol, les profondes racines d’une hêtre
leur semblent des faîtes silencieux.

Pour eux, la terre n’est-elle point transparente
en face d’un ciel, plein comme un corps?
Cette terre ardente, où se lamente
après des sources l’oubli des morts.

*
Viste dagli angeli, le cime degli alberi forse
diventano radici, che bevono i cieli;
e nel suolo, le radici profonde di un faggio
gli rassomigliano a gesta silenziose.

Per loro, la terra non è del tutto trasparente
di fronte a un cielo, pieno come un corpo?
Questa terra ardente, dove si lamenta
indietro alle sorgenti l’oblio di ogni morto?

 

 

R. M. RILKE – Poesie francesi “Le rose IV”

 

C’est pourtant nous qui t’avons proposé
de remplir ton calice.
Enchantée de cet artifice,
ton abondance l’avait osé.

Tu étais assez riche, pour devenir cent fois toi-même
en une seule fleur;
c’est l’ètat de celui qui aime…
Mais tu n’a pas pensé ailleurs.

*
Eppure noi ti abbiamo offerto
di riempire il tuo calice.
Incantata da questo artificio,
la tua abbondanza l’ha osato.

Tu fosti molto ricca, per divenire cento-volte-te-stessa
in un solo fiore;
la condizione d’essere di colui che ama…
Ma tu non hai pensato nient’altro.

 

 

R. M. RILKE – Poesie francesi “Le rose III”

 

Rose, toi, ô par excellence complète
qui se contient infiniment
et qui infiniment se répand, ô tête
d’un corps par trop de douceur absent,

rien ne te vaut, ô toi, suprême essence
de ce flottant sèjour;
de cet espace d’amour où à peine l’on avance
ton parfum fait le tour.

*

Rosa, tu, quanto per eccellenza completa
che si contiene infinitamente
e infinitamente si diffonde, o testa
di un corpo per troppa dolcezza assente,

niente ti vale, o tu, suprema essenza
di questo fluttuante vagare;
di questo spazio d’amore dove appena s’avanza
il tuo profumo avvolge.

 

 

R. M. RILKE – Poesie francesi “Le rose IX”

 

Rose, toute ardente et pourtant claire
que l’on devrait nommer reliquaire
de Sainte-Rose…rose qui distribue
cette troublante odeur de sainte nue.

Rose plus jamais tentée, déconcertante
de son interne paix, ultime amante,
si loin d’Eve, de sa première alerte, –
rose qui infiniment possède la perte.

*

Rosa, tutta ardente e però chiara
che si dovrebbe chiamare reliquario
di Santa-Rosa…rosa che distribuisce
tanto conturbante odore di santa nudità.

Rosa mai più tentata, sconcertante
per la sua interna pace, ultima amante,
così lontana da Eva, dalla sua prima allerta, –
rosa che infinitamente possiedi la perdita.

 

 

R. M. RILKE – Poesie francesi “Verzieri N.27”

 

Qu’il est doux parfois d’être de ton avis,
frère aîné, ô mon corps,
qu’il est doux d’être fort
de ta force,
de te sentir feuille, tige, écorse
et tout ce que peux devenir encor,
toi; si prés de l’esprit.

Toi, si franc, si uni
dans ta joie manifeste
d’être cet arbre de gestes
qui, un instant, ralentit
les allures célestes
pour y placer sa vie.

*

Com’è dolce talvolta condividere il tuo consiglio,
fratello maggiore, o mio corpo,
com’è dolce essere forte
della tua forza,
di sentirti foglia, tigre, scorza
e tutto quello che puoi divenire ancora,
tu; così vicino allo spirito.

Tu, così franco, così unito
nella tua gioia manifesta
d’essere questo albero di gesti
che, un istante, rallenta
l’andatura dei moti celesti
per porvi la sua vita.
 

 

R. M. RILKE – Poesie francesi “Verzieri N.32”

 

Comment encore reconnaître
ce que fut la douce vie?
En contemplant peut-être
dans ma paume l’imagerie

de ces lignes et des rides
que l’on entretient
en fermant sur la vide
cette main de rien.

*

Ancora, come riconoscere
ciò che fu la vita mite?
Contemplando -forse
nel mio palmo la stampa

di queste linee e delle rughe
che conserva
fermando sul vuoto
questa mano di niente.

 

 

R. M. RILKE – Poesie francesi “Verzieri N.31”

 

PORTRAIT INTÉRIEUR

Ce ne sont pas des souvenirs
qui, en moi, t’entretiennent;
tu n’es pas plus mienne
par la force d’un beau désir.

Ce qui te rend présente,
c’est le détour ardent
qu’une tendresse lente
décrit dans mon propre sang.

Je suis sans besoin
de te voir apparaître;
il m’a suffit de naître
pour te perdre un peu moins.

*

RITRATTO INTERIORE

Non sono dei ricordi
che, in me, ti alimentano;
non sei più mia
per la forza del desiderarti.

Ciò che ti fa presente
è la curvatura ardente
che una tenerezza lenta
descrive nel mio stesso sangue.

Sono senza bisogno
di rivederti apparire;
è bastato per me nascere
per perderti di meno.

 

 

R. M. Rilke – Poesie francesi “Verzieri N.33”

 

Le sublime est une départ.
Quelque chose de nous qui au lieu
de nous suivre, prendre son écart
et s’habitue aux cieux.

La rencontre extréme de l’art
n’est-ce point l’adieu le plus doux?
Et la musique: ce dernier regard
que nous jetons nous-mêmes vers nous!

*

Il sublime è una partenza.
Qualcosa di noi che in luogo
di seguirci, fa la sua distanza
e si avvezza al cielo.

L’estremo incontro dell’arte
non è proprio l’addio più dolce?
E la musica: questo ultimo sguardo
che su noi stessi gettiamo!

 

 

R. M. Rilke – Poesie francesi “Verzieri N.1”

 

Ce soir mon coeur fait chanter
des anges qui se souviennent…
Une voix, presque mienne,
par trop de silence tentée,

monte et se décide
à ne plus revenir;
tendre et intrépide,
à quoi va-t-elle s’unir?

*

Questa sera il mio cuore fa cantare
angeli che si rammemorano…
Una voce, quasi la mia,
per troppo tempo dal silenzio tentata,

s’eleva e si decide
di non più ritornare;
delicata e intrepida,
verso cosa va -ad unirsi?

 

 

R. M. Rilke – Poesie francesi “Verzieri N.9”

 

Si l’on chante un dieu,
ce dieu vous rend son silence.
Nul de nous ne s’avance
que vers un dieu silencieux.

Cet imperceptible échange
qui nous fait frémir,
devient l’héritage d’un ange
sans nous apartenir.

*

Se si canta un dio,
quel dio vi rende il suo silenzio.
Nessuno di noi che non s’avanzi
verso un silenzioso dio.

Questo impercettibile scambio
in un fremito avviene,
il retaggio di un angelo
al quale non si appartiene.

 

 

Città antica.

 

L’azzurro chiaro delle cinque della sera. Il cielo —il colore del cielo per un poco liberato della pioggia e dei vapori dell’umidità. Si può vedere la luna. Lungo le vie fra gli antichi palazzi, i lastricati romani ricoperti di fanghiglia e limacciosi come la scia rimasta dello scorrere del fiume: ci sono tracce di fiumi ovunque. Limo di fiume dappertutto. Respiro della città bagnata i suoi elementi come l’impalcatura minerale della vita. Struttura e forza. Resistenza. Durata.

bologna. Gennaio 2008

 

 

Lo sguardo del poeta.

 

“(…) il poeta possiede fin dalla nascita una deformazione dello sguardo tale da fargli credere che senza le parole magiche non arriverà mai a conoscere i segreti del mondo, e forse neppure ad autodistruggersi. Si tratta di una deformazione, perché ciò non è vero: per arrivare fino al punto desiderato basta il semplice amore (…).”

Da un manoscritto inedito di Furio Jesi.
10 febbraio 1961.

 

 

Prima di sera.

 

Schiariscono
I pomeriggi
Lunghi, leggeri.
Il cielo
Velato d’acque
Insegna
Primavera.

Chi —di me
Trema, ora
In quest’attesa?

Quanto profonda e
Nera
Può essere la terra,
In cui è gettata
Di dolore
Tanta radice.

 

Di bianco.

 

Sono le ore nel cuore della notte. Demetra ha diradato il passo di ghiaccio e di nevi. Un poco si distoglie, da questa danza ebbra di abbandoni come una semina dispensatrice di silenzi che riempiono la bocca. Con ogni tempo tutti gli occhi della terra sono soltanto per lei. Nella sua momentanea distrazione. Del capelvenere stanotte mi voglio ricordare che i verdi steli bagnati profumano di mele.

 

 

 

 

 

 

 

Sequenze di danza.
Lo scritto dell’aria nella neve.

bologna. Febbraio 2013.

 

 

Notturno sulle tracce della lingua di Omero.

 

 

 

Come fiotti di porpora le corolle di petali nel bouquet del bicchiere, sono un di più confidente nella stanza di notte con l’oscurità inattingibile in cui la vita si compie. I profondi amaranti e i rossi brillanti mutavano nel tempo la loro vividezza alla pesantezza del sangue, al bruno più intenso che al cuore rinchiuso fa l’ombra nel petto.

 

 

 

Rilke e lo “spazio interiore del mondo”.

 

III. (Anche noi) come i veri primitivi, continuiamo ancora a dipingere gli uomini su sfondo d’oro. Stanno davanti a qualcosa d’indistinto. Talvolta all’oro, talvolta anche al grigio. Talvolta nella luce, e spesso dietro di loro vi è un buio impenetrabile.

IV. E’ comprensibile. Per riconoscere gli uomini fu necessario isolarli. Ma dopo averne fatto lunga esperienza è giusto porre ogni singola contemplazione di nuovo in rapporto con le altre e accompagnare con sguardo ormai maturo i loro più ampi gesti.

Questi pensieri di Rilke, composti durante il suo soggiorno a Monaco nel 1897 e raccolti poi negli “Appunti sulla melodia delle cose”, si presentano scanditi in altrettante riflessioni numerate in progressione in cui l’autore cerca di mettere in luce l’intreccio di relazioni che realizzano il compimento dell’evento drammaturgico sulla scena moderna.
Singolare e particolarmente significativo ai miei occhi, che il poeta prenda l’avvio nelle sue riflessioni da una similitudine con l’arte pittorica: quella del Trecento in contrasto con quella dei primi maestri del Rinascimento italiano.

 

 

V. Confronta per una volta un quadro del Trecento su fondo d’oro con una delle innumerevoli composizioni successive dei primi maestri italiani, dove le figure si trovano tutte raccolte in una “Sacra conversazione” dinanzi al paesaggio luminoso del chiaro cielo dell’Umbria. Il fondo d’oro isola ciascuno di loro, il paesaggio, invece, splende dietro, come un’unica anima dalla quale esii traggono il sorriso e l’amore.

Risulta subito evidente quanto ciascuno dei due fondi corrisponda a una visione del mondo, collimando pure in una precisa concezione dell’arte.

VIII. (All’arte) non è concesso fissarsi sul singolo individuo che è solo la soglia della vita. Deve attraversarlo. Non le è concessa stanchezza. Per trovare compimento deve agire laddove tutti sono “Uno”. E quando essa fa dono di questa “unicità”, ovunque si posa una ricchezza senza fine.
(continua)

Traduzione di Sabrina Mori Carmignani. Passigli Editori, 2006.

 

 

Poterlo scrivere.

 

 

 

 

Francesco Gessi (1588-1649) “Gesù chiama all’apostolato Giacomo e Giovanni”. bologna, chiesa di san Giovanni in Monte.

 

 

 

Il punto è ogni volta riuscire a capire quando riguarda soltanto me, quello che accade, che agisce come qualcosa al di là dell’evento in se stesso, legandosi  piuttosto a ciò che è stato, è già avvenuto da qualche parte rimasta sepolta nella mia vita. Oppure se va in una direzione diversa, mescolando tutto nello stesso momento, nello stesso senso, senza distinguere più, capire più niente. E rivolgendosi a te. Dato alla lettura.

bologna. 12 novembre 2012.

 

 

 

 

L’encre et la nuit.

 

Mi trovo con una storia fra le mani. Forse con i buchi di quella che avrebbe potuto essere una storia. L’ho letta fra le pagine di un vecchio quaderno, ho riconosciuto fra le righe scritte con un tratto leggero di matita una voce, qualcuno: una donna, un uomo, quell’atmosfera che toglie il respiro che hanno gli incontri furtivi, i crepuscoli, la notte. I due parlano, rifanno il racconto delle loro vite. Oppure qualcos’altro è in gioco in quelle conversazioni, forse la possibilità stessa di avere ancora una storia, la propria storia in cui poter continuare a esistere.

Sono confusa. Di giorno nella mia stanza non so quello che sto aspettando; di sera, esco a comprare qualcosa per cena, a volte incontro qualcuno che conosco, ci fermiamo sui bordi del traffico a conversare. Poi ritornando a casa nell’imbrunire sotto le prime foglie ingiallite degli alberi, tra i fanali delle auto alle mie spalle mi muovo piano, faccio alcune fotografie. Penso alla stagione in cui potevano avvenire quegli incontri, immagino dove poteva trovarsi quel loro caffè. A casa, ci penso ancora mentre preparo da mangiare, ci penso prima di andare a letto. Ci dormo sù.

Ci penso. Ma poi mi dico che non è un vero e proprio pensare, piuttosto una deriva inquieta in cui “tutto si mescola” ed io faccio fatica a tenere il conto delle ore che passano, dei giorni. Nel mio vecchio quaderno sono scritte soltanto poche righe, ragguppate fra numerosi spazi bianchi. Sono poche righe, ma colme già di un sapere lampante —allora, come levare alla luce quello che ancora rimane sepolto, senza riempire quei vuoti di niente?

Fuori. Si è fatto grigio il colore del cielo da bianco latteo che era nel mattino. E’ fredda l’aria, è verde la luce che riverbera dai muri del cortile. L’ora degli orologi è già molto avanti rispetto al tempo naturale della stagione. Forse anche questo è un motivo d’inquietudine.

bologna. 19 settembre 2012.
 

 

Verso la vanità e il vento – M. D.

 


Il suo viso, scritto.

Verso la vanità e il vento. 
Marguerite Duras

 

“(…) Scrivere, o è mescolare tutto in un viaggio che ha per destinazione la vanità e il vento, o non è niente; o si mescola tutto in un’unità per sua natura indefinibile, o si fa soltanto della pubblicità. Ma molto spesso non ho un’opinione, vedo che tutti gli spazi sono aperti, come se non ci fossero più pareti, come se lo scritto non sapesse più dove andare per nascondersi, per strutturarsi, per leggersi, come se la sua fondamentale sconvenienza non venisse più rispettata, e subito dopo non ci penso più.”

Scriveva così Marguerite Duras nel 1984 nelle prime pagine de “L’amant”, rivelando perché prima di quella data aveva scritto di sé e delle persone della sua famiglia dissimulando i fatti, i sentimenti, gli eventi. In un’epoca in cui non era lecito scrivere attaccando direttamente la nudità dei fatti. Questo suo pensiero di allora riecheggia ancora per me, in modi sublimi e con essenzialità stupefacente. A proposito di “spazi che sono tutti aperti come se non ci fossero più pareti”, vorrei aggiungere che avverto questa stessa sensazione tanto più forte oggi con la moltiplicazione e la facilità di accesso ai mezzi di pubblicazione dello scritto —e intendo con questo la dimensione pura e semplice del “dare a leggere”.

Scrivere non per fare chiarezza.  Scrivere come mescolare tutto in una sola essenza inqualificabile è ancora oggi un gesto, una condizione in cui nello sforzo di attingere a una libertà incondizionata si ricrea anche la propria identità, così mescolata alla marea di tutto ciò di cui non sappiamo niente. Che attrae con il suo richiamo là dove cessa il deserto, la società e incomincia lo scritto con la sua luce.

bologna. 16 settembre 2012.
 

 

Settembre.

 

Settembre, di sera. Alla finestra in lontananza le ultime luci del tramonto si sciolgono nell’azzurro di seta e d’oro. L’anziana donna nel cortile raccoglie la biancheria stesa ad asciugare. Richiude con rumore gli stendini, è impedita nei movimenti da una paralisi per metà del corpo. E’ forte la donna, e dura.
Non lontano da qui la faccia delle due torri rivolta a ovest sarà di rosamattone, e nel chiarore dell’ora contro il cielo avrà dimenticato le nostre leggi di tridimensionalità: come sul foglio del disegno di un bambino. Lo stesso stupore.
Settembre di sera. Nella penombra della stanza la musica di Benedetti Michelangeli che suona un quartetto di Mozart. Settembre —eppure non si direbbe, per certe vene di aria nuova che a tratti sembrano aprirsi inattese, nell’aria che si respira.

bologna. 9 settembre 2012.
 

 

Merum.

 

Intendo quello fatto di succo d’uva, semplice fermentato di polpa zuccherina, frutto ultimo delle viti che maturano da terre scarse di piogge, alla luce cocente del sole.
Mio padre fa un vino così —non un vino da taglio, grossolano e ottuso muscolo di vite, ma un succo dal gusto gentile e moderato, armoniosa miscela di uve diverse in eguali proporzioni. Il vino di mio padre non dà alla testa, rinfresca dall’arsura con una punta di selvatico, si unisce in morbidezza ai pasti quotidiani.

E’ ancora conviviale, il vino puro. Ma non è fatto per noi, che non abbiamo capacità di moderare i nostri sogni, di comprenderci in essi, di governare questa ebbrezza come una specie di destino che si divincola di notte, nel buio della stanza e ci colpisce fino all’alba, fino al punto in cui rischiamo di perdere la vita nella follia misteriosa del cuore del dio.
Al mattino, tutto quello che resta è un vago fondo di malinconia.
 

 

leucos.

 

Stamattina leucos si è risvegliata in città. Estraneo nei suoi occhi si rifletteva il blu profondo del cielo, come pure quest’ascesa del giorno senza suono, mentre viene nel suo orecchio.

Molto più tardi, di sera ormai, sarebbe uscita per comprare qualcosa da mangiare. Nel vecchio mercato fra quelle donne, gli uomini come spiccavano stranianti i suoi colori, la lentezza del suo passo —anche una certa rigidità. Ancora in transito, ancora non completamente qui: fra la città e quegli altri spazi ancora mossi dal Vento.

Ancora più tardi, all’uscita dalla biblioteca pubblica, avrebbe fermato alcune fotografie.

bologna. 28 agosto 2012.
 

 

Di giorno

 

 

Di giorno

E mi domando perché
Pure se innumerevoli, le grida delle rondini
Giungano
All’orecchio
Singolari.

* * *

Del cielo —fra le mura dei cortili
Più che la vastità
Viene il suo ritaglio.

bologna. 26 giugno 2012