Il primo canto

 

 

 

      Il primo canto

Nel cielo del mattino
il primo canto del merlo
nell’orecchio

schiarisce
la gola dell’oscurità.

 

 
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bologna 19 marzo. San Giuseppe falegname

Il giorno è venuto con i versi del merlo puntuali all’aurora. Per tutta la vastità del cielo nel mio orecchio, acuto e limpido il canto si stagliava come per modellare sonoro lo spessore del buio nell’aria. Nel dormiveglia non riesco ad aprire gli occhi, a orientare il mio sguardo verso lo specchio della finestra per scoprire a quest’ora in quale rapporto luce e oscurità si contendono il giorno.
 

 

 

 

 

 

Passaggi#

 

 

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      Come trovarsi in un rifugio tra i boschi di montagna, così stanotte il temporale in città. Illumina fra i lampi il borgo antico cinto dalle colline, gli orizzonti dei boschi com’erano un tempo e i fiumi ancora impetuosi e navigabili di nuovo sotto il cielo.

* * *

      Una giornata immersa nella vita materiale, in vista della partenza estiva. Coltivo alle mie finestre varie specie di vita vegetale: alcune hanno lunghe radici aeree, altre invece si gettano nel vuoto d’aria con i lunghi rami. Portano foglie in forma di mani, in forma di cuore. Spuntano dalla madre come da uno strappo che lacera la membrana vegetale. Sorgono come lentamente si sfila una costola dal fianco. Non più all’interno della madre, hanno bisogno di un tempo lunghissimo per disvolgersi verso l’aria.

      Ci sono fiori, lentissimi anch’essi, come amigdale biancolatte si allungano dritte dal verde scuro del fogliame. Guadagnano l’altezza delle correnti d’aria avvolte nel sonno della loro fioritura per la maggior parte del tempo.

      Sono specie che crescono all’ombra negli spazi di servizio degli antichi palazzi o dei conventi che furono. Qui dove vivo io non viene mai nessuno a guardare, ad ascoltare queste colonie di verdi che spezzano le foreste di pietra, questi guardiani sulle intercapedini dello scorrere del tempo, di tutti i suoni del silenzio. Qui un mese fa un rondone è caduto smarrito nel suo volo.

bologna. 29 giugno 2014

 

 

 

Il Vento di sera

 

 

 

Il Vento di sera

Il Vento si diffonde nell’aria profumando di fiori dei tigli che crescono per tutta la città. Nell’azzurro del cielo la luna – a tratti – fra migrazioni di nuvole verso l’est. Dai tetti i canti del merlo, nell’alto i voli delle rondini fra nuvole e grida. Diventa fresco.

Più tardi. Il Vento si è fermato, portando via le nuvole con sé. Il cielo liberato è spento. Le ultime rondini volano più basse, più misteriose gridano vicine.
Luna risplende di rosa.
Si torna a casa, senza un perché.

bologna. 4 giugno 2014
 

 

 

Le otto della sera

 

 

 

   Nonostante il fracasso che fanno gli autobus alla fermata, i canti degli uccelli vibrano all’aria più sonori dal più alto dei rami d’alberi nella piazza, dai tetti dei palazzi di pietra rossa e antica non finiscono di venire, di richiamare. La sera.

   Più lontano e più in alto di nuvole rosa-arancio al tramonto si aprono i voli dei rondoni numerosi, vanno esplodendo in un vapore d’arie sottili.

   L’inatteso precipita, ma lentamente come rappreso un poco nella caduta. Filature d’arie che cancellavano gli sguardi nel cielo —finite, soffiate via.

   Specchio degli alberi nella piazza sono questi velabri di nuvole viaggianti che cingono la terra dagli orizzonti di metamorfosi curiose di noi.

bologna. 31 maggio 2014

 

 

 

Nella lettura del mondo

 

 

 

Le prime ore del pomeriggio, il sole di primavera riscalda il Vento di umidità, si accende la luce sui fiori gialli delle mammole alla finestra. Sono in disordine, ancora incolta alla vita del giorno, anche per oggi ho disertato la sua chiamata. Ieri notte -dopo una lunga assenza – sono tornata a scrivere

Se si scrive, si osserva
si sceglie

Nuovamente stregata dalla lettura del mondo.

bologna. 11 aprile 2014

 

 

 

Effemeridi di primavera

 

 

Le grida delle rondini nel cielo di città sono arrivate all’inizio del mese. Primavera è matura. Oggi, il primo giorno di luce dorata.

La vigilia di luna piena, veniva la sera di un’aria indimenticabile: appena tiepida nella sua freschezza, dalle sottili distanze fra le cose, agiva affiorando una nuova vena che sapeva del profumo dei fiori – erano gelsomini quelli sulla via. Con il fiato sospeso alla vista del cielo, che dai fondi del mare si faceva cobalto.

E poi è venuto il Vento di notte. E la pioggia a scrosci larghi, lunghi e generosi. Prima del mattino. La sera viene luminosa.

bologna. 15 aprile 2014

 

 

 

Cantar senza struttura

 

 

 

                                  “Sono un seme caduto sulla roccia.
Sono una pianta germinata negli anfratti inospitali
—là dove nessuno si aspettava che …”

 

   Una lunga permanenza in casa per curarmi da uno stupido virus infettivo mi ha gettata in uno stato d’isolamento che non avevo patito mai nella mia vita adulta. Quando dico isolamento intendo una condizione radicale di distacco non soltanto dall’ambiente esterno, ma anche da parti più familiari di me.
    L’isolamento mi ha cagionato uno sguardo diverso e un giudizio. Forse, anche una voce nuova.

   Rimane questa intrinseca difficoltà      Questa inattitudine agli arrivi pur senza perdere la rotta senza smettere di disgregare l’unità delle parti, aprendomi in quelle un varco. Questa voglia confusa di vivere che sa compensare        Uguagliare una mancanza con un’altra supplendone il difetto

         

                              “Bologna mi piace perché c’è la neve con il sole perché l’azzurro del cielo è barbarico sopra i rossi del cotto nei muri”
   

   All’ingresso del mercatino agricolo settimanale, sta scritto in stampatello sulla panchina dove siedono quelli che ti chiedono una moneta. Doveva essere in una giornata come questa con una bava di neve che ti soffia nell’aria e il più barbarico degli azzurri nel cielo. Che vuol dire inattesa una rotta di bellezza nella piena dei giorni, incontenibile estraneità di pesi di misure di vie di fuga. E in così libera armonia ancora domandi —Che fare?

bologna. 25 gennaio 2014.

 

 

 

“il pane sotto la neve”

 

 

 

     E’ il giorno del mio compleanno. In piedi nel caffè consumo la mia colazione. Passate le undici del mattino. Ho dormito soltanto poche ore.
    Fuori, il cielo rarefatto di neve sospesa a mezz’aria ha ingoiato per metà la torre degli Asinelli. La purezza della neve in un freddo giorno d’inverno. Il primo della stagione      Quanto bene fa al grano la neve farinosa 

     “il pane sotto la neve” l’ha scritto Antonio Verri e ancora non finisce di dire. E’ ancora la promessa della fragranza di ogni cosa che vive      E’ la poesia che odora      E’ poesia da tutte le parti …

bologna. 16 gennaio 2014

 

 

 

Notturno

 

 

 

Notturno

   Fu per il debito contratto dal padre      che non aveva pagato      Di lui la moglie e le figlie da uomini diversi venivano portate a viva forza
   E uccise.

bologna. 13 dicembre 2013.

 

 

 

Fine estate.

 

Il cielo schiarisce e sfuma di pastello come gli affreschi sulle volte delle chiese, che raccontavano le vite dei santi. Tutto un vapore quest’aria nuova di settembre di velature a tocchi delicati. La notte, indugia fra le stelle con la dolcezza dei vecchi quando bambini ci baciavano sulla fronte, per paura di farci male.

bologna. 15 agosto 2013.

 

 

Lettera da Istanbul.

 

“Sur le site Internet des élèves d’un lycée d’Istanbul, un jeune a expliqué que l’important c’est de résister, non de vaincre. “Ils nous chassent avec des gaz? Peu importe. Reculons. Mettons-nous à l’abri, préservons-nous, pour pouvoir revenir… et résister. (…)”
 
Etienne Copeaux

 

 

Una traduzione in italiano del testo.

 
Sul sito Internet degli studenti di un liceo d’Istanbul, un giovane ha spiegato che l’importante è resistere, non vincere. “Loro ci spazzano via con i gas? Poco importa. Arretriamo. Mettiamoci al riparo, riserviamoci, per poter ritornare…e resistere.” Questo giovane spiegava anche la possibilità di riservare la sua forza e la sua vitalità al movimento. In effetti, è molto semplice: resistere, ma senza cercare di resistere alla violenza. La violenza che picchia a vuoto è ridicola.

Amici, seguiamo, seguite la saggezza di questo giovane.

La persona che mi ha riferito questo è di un’altra generazione (la mia), di un’epoca -mi dice -in cui i movimenti non cercano più di vincere -rovesciare il governo o il capitalismo. Spesso in Turchia in una lotta disperata -suicida, il solo risultato è quello di aver lasciato dei “martiri” da commemorare: Deniz Gezmis  il cui ritratto compariva sull’AKM durante le belle giornate del movimento attuale. Il mio interlocutore approva calorosamente le proposte del giovane liceale, ammettendo che abbiamo qualcosa da imparare da queste nuove generazioni. E’ vero.

Sono tornato a Istiklal, ho fatto la via per tutta la sua lunghezza e non è rimasta traccia di niente. La stessa cosa nei quartieri caldi di ieri sera Siraselviler e Cukurcuma. Veramente c’è da complimentarsi con i servizi municipali. Per la pulizia, ma soprattutto per la capacità di cancellare il passato, anche il più recente. Sono forti.

All’ingresso di piazza Taksim, allo sbocco su via Siraselviler, numerose forze di polizia in riposo. Sono stupito. Questi Robocop SONO SENZA ALCUN CONTEGNO. Stanno sdraiati sui marciapiedi, seduti per terra, fumano, bevono. C’è da stupirsi giacché nelle CSR, in Francia,  si lasciano “cuocere” le truppe al sole o al freddo, in piedi, per alcune ore prima delle manifestazioni, a volte lasciando che la popolazione le insulti, così da innervosire per bene i poliziotti. L’assenza di contegno è severamente punita dall’esercito francese e sicuramente dalla polizia.
Mi ricordo di aver visto qualche volta, nella mia via Susam sokak, dei poliziotti nella loro auto di servizio, letteralmente stravaccati nei loro sedili, farsi servire il tè a un semplice schiocco delle dita (sarei meravigliato che abbiano pagato per quel tè).

Quest’assenza di contegno non è un dettaglio. Dimostra che sono loro i re della strada, che fanno quello che vogliono. L’assenza di contegno denota la loro pericolosità: assenza di contegno vuol dire che loro non hanno contegno.

Il mio pensiero vagabondava osservando oggi quei Robocop delle Forze di pronto intervento. Non soltanto se ne stanno senza contegno, ma si sdraiano così in mezzo alla popolazione, alla folla dei numerosi passanti. Non posso immaginare, nel ’68 o negli anni più duri che sono seguiti, in Francia, un poliziotto isolato in mezzo alla folla: avrebbe rischiato di essere insultato molto seriamente, se non aggredito. Sarebbe stato pericoloso per lui.

Qui, in un contesto estremamente teso, i passanti non fanno niente, non dicono niente, non li insultano. Un amico con il quale mi stupivo mi dice: Ebbene, non hai capito? Ci troviamo in uno Stato di polizia, la gente ha paura, molto semplicemente.
E’ vero, è talmente semplice. E mi viene in mente che, con il mio spirito di Francese sbarcato di fresco, avevo “risposto” a un poliziotto che mi si era rivolto senza metterci la minima formalità, dandomi del tu. Ho dovuto confrontarmi con una reazione violenta, gesti minacciosi, un cenno di schiaffo. Me ne sono andato sentendomi nel giusto.

Capisco cosa può essere, in Turchia, la paura dela polizia. L’ho compreso ancora meglio con il caso Metin Goktepe, il giovane foto-reporter pestato a morte in un commissariato nel gennaio 1996.
Se ho capito…la dimostrazione? Non ho osato fotografare quei Robocop sdraiati.
 

 

#occupygezi – Le ultime notizie.

 

 

 STANDING MAN

Il ragazzo che ha dato il via alla protesta ribattezzata “standing man”, subito imitato da centinaia di persone tra Istanbul e Ankara.

guardian.co (link al video)

 

18 giugno ore 8:30.

Si è vista una nuova forma di protesta nella serata di lunedì a piazza Taksim, a Istanbul: un uomo si e’ piazzato da solo, in piedi, al centro della piazza, e non si e’ mosso per ore, fissando in silenzio le grandi bandiere turche che coprono un edificio su uno dei lati della piazza. L’uomo è stato per ore lì, con le mani in tasca, una borsa e alcune bottiglie d’acqua ai suoi piedi. Il suo atto di protesta, dopo un po’ e’ stato seguito da alcune centinaia di persone, che si sono raccolte in forma pacifica e silenziosa nella piazza, da settimane epicentro delle manifestazioni anti-governative. (Agi)

linkiesta.it (link agli aggiornamenti)
 

#occupygezi. Test!

 

ANSA 17 giugno ore 15:43.

Il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha detto oggi di “non riconoscere” il Parlamento Europeo, riferisce l’agenzia Anadolu. L’assemblea Ue giovedì scorso ha approvato una risoluzione critica sulla brutalità della polizia turca e sul comportamento del governo e del premier di Ankara. “Gli avvenimenti degli ultimi giorni sono stati un test per la nostra economia e per la nostra democrazia, che è stato superato con successo”, ha affermato oggi il premier turco Recep Tayyip Erdogan, citato dall’agenzia Anadolu.

La polizia turca ha bloccato nel centro di Ankara una manifestazione con almeno mille militanti dei sindacati Kesk e Disk in sciopero oggi per protestare contro l’assalto sabato notte a Gezi Park a Istanbul. Le forze antisommossa, appoggiate da blindati e cannoni ad acqua, impediscono ai manifestanti di avvicinarsi a piazza Kizilay. Manifestazioni parallele sono previste questo pomeriggio a Istanbul e in molte altre città turche.

 

 

Daniele Stefanini. 

 

(…) Il fotografo italiano Daniele Stefanini è stato ferito dalla polizia turca e fermato a Istanbul durante gli incidenti della notte scorsa. Lo hanno indicato fonti dell’ambasciata d’Italia in Turchia. Stefanini, 28 anni, è stato ferito nel quartiere di Bayrampasha, soccorso da un avvocato e trasportato in ospedale. La polizia lo ha messo in stato di fermo. Il fotografo è assistito dalle autorità consolari italiane.
 

 

#occupygezy – Appelli urgenti.

 

 

Appel urgent d’Oya Ersoy

Dear brothers and sisters, dear friends of the democratic people’s movement in Turkey!

Depuis que je vous ai écrit cet après-midi, voici de nouveaux faits (nouveaux si on peut dire car ils sont vite dépassés, tout allant si vite).
 

Voici un témoignage de notre amie S., d’Istanbul, sur les événements des 15-16 juin, rédigé le 16 juin vers 16h30. Prière de diffuser au maximum

 

 

Un site important, très systématique, pour suivre les événements:

PENSER/CLASSER

 

 

 

 

 

 

 

 

 

#occupygezi – 16 giugno 2013.

 

 

 

 

ANSA 16 giugno – ore 22:50 

(…) Decine di migliaia di persone sono di nuovo scese in piazza nella megalopoli del Bosforo per marciare su Taksim e denunciare il brutale assalto ieri notte della polizia a Gezi Park. Un attacco feroce, che ha fatto 800 feriti, fra cui bambini colpiti da proiettili di gomma, decine di persone ‘bruciate’ dagli agenti urticanti messi dalla polizia nell’acqua degli idranti – come denunciato dalle foto degli attivisti nelle quali si vedono chiaramente i poliziotti caricare la sostanza ‘Jenix’ nei blindati – o soffocate dalle nuvole di gas lacrimogeni. Mentre le forze antisommossa arrestavano i medici che avevano curato i manifestanti feriti, picchiavano un deputato di opposizione, avvocati e giornalisti. E’ in atto “una guerra contro la popolazione”, ha accusato la presidente dei Verdi tedeschi Claudia Roth, intossicata dai lacrimogeni.

 

 

 

 

 

* * *

 

(…) A Kizilay, nel cuore di Ankara, gli scontri sono iniziati a fine mattinata, quando la polizia ha bloccato il feretro del giovane manifestante Ethem Sarisuluk, ucciso proprio a Kizilay da una pallottola nel cervello sparata da un agente. Le forze antisommossa hanno poi attaccato con lacrimogeni e cannoni ad acqua le migliaia di persone che aspettavano pacificamente l’arrivo dei funerali, molte con un garofano rosso in mano.

 

 


Aggiornamento ANSA (link all’articolo integrale)
 

 

Da ogni angolo delle città turche, a migliaia.

 

 

Istanbul. Irruzione della polizia al Divan Otel.

 

Le tre del mattino, sono ore vissute con il fiato sospeso. Dentro un’implorazione muta. Che si sottraggano al martirio. Ma era un solco già tracciato l’epilogo di queste ore. Difficile sottrarsi all’attrazione di dover opporre al “mostro disumano” un contegno umano fino al sacrificio di sé. Forse davvero questi uomini, queste donne non hanno paura e sfilano a migliaia spuntando da ogni altro luogo delle città turche che non sia piazza Taksim.

Questi uomini, queste donne ristabiliscono davanti agli occhi di tutti noi che la politica è un luogo fatto dalla pluralità degli uomini e delle donne, che ha la sua ragion d’essere proprio nella relazione, nel legame fra tutte le singolarità diverse che siamo noi. Una verità che ogni ordine politico per mantenersi stabile deve negare con la forza.

La rivolta turca, come ogni rivolta, ha sospeso il tempo della storia. E’ così per chi popola e attraversa quei luoghi; lo è anche per chi -pur lontano dagli avvenimenti -non distoglie il proprio sguardo e il cuore, l’attenzione. Spero per ciascuno di noi che non si tratti soltanto di un intervallo -una crisi di febbre in uno stato di buona salute. Auguro a tutti noi di essere sempre in cerca dei modi per scardinare questo rito di morte che rinserra le nostre vite nelle chiuse dinamiche del potere.

bologna. 16 giugno 2013.

 

contropiano.org (link all’articolo di aggiornamento)

rightnow.io (fotografie della notte)
 

 

Piazza Taksim e il tempo sospeso.

 

 

 

 

Cinque morti dall’inizio della rivolta popolare turca disarmata. Decine di persone che hanno perso la vista a causa dei gas, migliaia di feriti -alcuni in coma. Dio sa quanti uomini e donne sono stati arrestati e in quali condizioni sono detenuti. La disperazione delle madri di Gezi-Park; la stessa delle persone davanti agli arresti delle decine di avvocati prelevati di forza in tribunale dalla polizia. Quello che abbiamo visto.

 *

 E. C. è ricercatore nel gruppo di studi sul Mediterraneo e il Medio Oriente del CNRS. Stamattina scrive da Istanbul. Dice che ieri sera in piazza Taksim era come una grande festa. Che la città adesso sembra calma. Calma, come  se niente fosse successo.

*

bologna. Il cielo di un mattino presto, sereno. Nel blu del cielo i voli ancora alti delle rondini sembra che galleggino.  Finalmente l’estate è arrivata, l’aria calda e silenziosa adesso poserà esausta fra qualche ora.

Per tutta la notte alla mia finestra uccelli di carta frusciavano fra le tende. E ancora sono qua nel mattino, contro i vetri battono senza ali.

bologna. 15 giugno 2013.

 

Lettre d’Istanbul (link all’articolo)

 

Il sogno nuovo di una rosa.

 

A ogni inizio di giorno ritrovarmi già immersa nel passaggio che fanno le parole. Così imbandite di senso. Come le vie che portano in tutte le direzioni, come atmosfere.
Come le danze che trascorrono negli azzurri caldi, piumati dei cieli di città, in un tempo d’estate che si è perduto in quest’altra stagione che non sappiamo nominare.

bologna. 11 giugno 2013.
 

 

#occupygezi. Ciò che va in fiamme e in frantumi.

 

 

 

Dalle prime ridicole notizie sui canali tradizionali di informazione sembrava quasi che si trattasse di una protesta ecologista -salvare le centinaia di alberi del Gezi Park, contro il progetto di riqualificazione dell’area pubblica con la costruzione di un centro commerciale. Ma ormai da tempo gli organi di stampa anche in versione digitale hanno perso il ritmo e il senso di ciò che è reale. Si capiva infatti benissimo fin dalle prime fiammate che l’oggetto della rivolta civile -vi prego, non chiamiamole proteste -esplosa in Turchia riguarda piuttosto l’orizzonte della vita in questo nostro mondo, sul Bosforo come a Genova, lo stesso rifiuto non soltanto della logica della globalizzazione liberista o dell’ennesimo sistema di governo democratico dispotico e corrotto. E’ sempre un attacco puntato al cuore stesso della politica quando le donne, gli uomini si espongono con i loro corpi nello scontro con lo Stato. E’ il modo più radicale e vero, tragicamente umano in cui si riporta visibile ciò che della politica viene dimenticato e rimosso, quella sua fondazione antichissima sul doppio versante dell’ordine tremendo della violenza, della guerra: quella agita contro i nemici esterni per difendere e rileggittimare ogni volta l’ordine politico, ma soprattutto la violenza e la guerra contro i “nemici” interni, che si devono schiacciare, terrorizzare o uccidere perché l’ordine pubblico sia stabile.

bologna. 2 giugno 2013.

 

http://occupygezipics.tumblr.com

http://www.flickr.com/photos/ombrelibere/sit in di studenti turchi a Bologna

http://www.infoaut.org/istanbul la parola alla piazza

http://www.susam-sokak.fr/les arbres de taksim cachaient la foret de la revolte
 

 

Maggio in città

 

 

 

     Il calore della stagione, quella che dovrebbe essere e invece ci manca —oggi posava appena nell’aria con la sua densità familiare, con il profumo e il sollievo di un momento.

Viene distratta questa stagione, smarrita nelle corse che fa il Vento, confusa di pioggia.
     Forse, non è diverso da sempre nonostante l’idea che abbiamo di un tempo custode. Forse noi siamo sempre immersi in una specie di transito di sconosciute direzioni, e più di questo non ci è dato di sapere.

bologna. 30 maggio 2013
 

 

 

Quando si dice: scrivere.

 

bologna. Cortile in primavera.

Nonostante i brutti sogni del mattino, oggi la mente viene al risveglio già ben orientata nel suo paesaggio di senso, di parole. Fuori è una bella giornata di sole, dal caldo che fa si potrebbe dire una giornata estiva. Si sta in casa con le finestre aperte, nell’aria che aleggia in una sottile vena di brezza si respira delicata la dolcezza del profumo di fiori. Anche in un cortile di città. I versi degli uccelli si fanno più rari con l’aumentare della luce. Manca poco a mezzogiorno. Vivaci le campane delle chiese chiamano alla messa, più solenni invece rintoccano le ore.

Quando si dice che soltanto nella casa siamo veramente sole. Là dove insieme a noi tutto scrive ed è più vivo e reale di quello che quotidianamente ci sollecita e ci condiziona. Come intrecciare dialoghi di ininterrotti silenzi con qualche cosa di ineffabile che viene incontro -incantando -dal lato in ombra di tutte le voci.

“Soli, lo si è in una casa. Non fuori ma dentro di essa (…) in casa si è tanto soli da sentirsi talvolta smarriti.” *

“Tanto per cominciare, ti chiedi cos’era quel silenzio intorno a te e praticamente a ogni passo che fai in una casa a ogni ora del giorno, sotto tutte le luci, quella di fuori o quella delle lampade accese anche durante il giorno.” *

“Ci vuole sempre una separazione dagli altri intorno a chi scrive. (…) La solitudine  reale del corpo diventa quella, inviolabile, dello scritto.” *

 

*Estratti da Scrivere, di Marguerite Duras. Feltrinelli, 1994.

 

La scrittura infinita (link all’articolo di Edda Melon)

 

 

La seconda porta.

 

Nel fulgore di una luce sinistra
La carezza animale
Umida
E fredda
Celava il brivido dell’oscurità.

Chiusa la porta,
Per l’estensione immersa
Nel buio che rimane
—le mani nude
Inghiottiva
La notte cieca
Dell’ira.

* * *

Nell’azzurro della sera.
Sopra il traffico stradale
Attraversa la traccia di una grotta
In mezzo al cielo.

 

 

Finestre e davanzali.

 

Finestre e davanzali.

Giambattista lavora in officina, batte il ferro incandescente. Giambattista fa il fabbro artigiano. Ha costruito dei palchetti -di pirandelliana memoria -per le mie finestre, a protezione delle piante che coltivo sui davanzali. Cedevo così alle preoccupazioni di tutti quelli che temevano potessero cadere giù. Oggi, il primo giorno dei davanzali “legali”.

Ma c’è di più. Nello squadro delle mie finestre quei palchetti sembra che ci fossero da sempre. Discretamente modellati nella forma del ferro, scorrono lungo i muri del prospetto e sono un accento di eleganza dal decoro semplice, un’aggiunta di stile con una vena di antica sensibilità. Ha avuto un bel gusto Giambattista nel disegnare i suoi ferri “ancora umani” -come li descrive lui. Davvero un lavoro fatto ad arte.

Alle finestre lo spazio vegetale si è misteriosamente trasformato: disteso qua come un prato in fiore, là come un parco proteso a mezz’aria.
L’ancoraggio artificiale accrescendo psichicamente il principio di radicamento sembra coinvolgere fino al luogo umano abitato, consentendoci di guadagnare anche un’aerea depandance sul cielo.

 

 

Una giornata di sole.

 

Vengono giorni in cui non scrivo una riga. Giorni in cui ancora non scrivo, ma sono in cerca, organizzo, leggo, penso. Ascolto. Molte cose vengono in mente, talvolta vere e proprie “visitazioni” che riescono a illuminare i lati riposti del mio immaginario.

Sono giorni in cui mi occupo d’altro. Dell’altro che ha sempre a che fare con uno sgombero -più o meno favoloso -di spazio. Faccio spazio per i futuri abbandoni che arriveranno con i nuovi giorni da scrivere.

Oggi a Bologna è finalmente una giornata di sole.
 

 

Poetare.

 

Questi ponti di corde lanciati attraverso gli abissi. Distinzione di lingua non conta come lo sguardo del pensiero, il verso della mano.

 

 


bologna. Di pomeriggio, sopra le sette chiese.

 

 

 

Tardi.

 

Sono le sei e mezza. Nel cielo si è acceso l’azzurro. Dalla finestra chiusa all’aria fredda di fuori, si posa nella stanza il primo canto del merlo nella sera. Il primo della bella stagione.

 

Forza naturale.

 

Tutto questo confondere la notte con il giorno, questo alternarsi improbabile del tempo della veglia, del tempo del sonno sfociano con forza naturale all’inabissarsi di un qualunque nome proprio o soggetto del vivere quotidiano, per condurre ciò che ancora rimane di noi a una destinazione che si compie soltanto nell’avvenuta dissoluzione di tutte le prospettive temporali.
Dopo questo avvento, con quali aggettivi ricadrà la nostra parte di vita? E questa luce che chiamiamo giorno? A quali echi sboccerà la notte i suoi oscuri silenzi?

 

 

La libertà, forse.

 

Può accadere un giorno di trovarsi ai piedi proprio quello che si stava attendendo —per esempio, una giornata di buona salute. Raccogliamo la novità, la prendiamo con noi, ma senza slancio. Troppo tardi, forse? Troppo penosa l’attesa? Oppure il tempo prolungato della prova ha causato -non vista -la liquidazione progressiva di ogni riserva di felicità, di entusiasmo, di allegria? La liquidazione di tutte le luci del mondo? Per guadagnare al posto di quelle cose una striscia sottile di terra certa, dove l’esperienza del vivere ha rivelato la stessa intensità del suo significare: nel bene, nel male.
Si procede a passi sciolti, in questo giorno speciale, tutte le direzioni appaiono possibili. Una luce di rosa e di arancio nel cielo occupato di nuvole, e bianco nella sera, rinviene lo sguardo allo stupore. Accende intatta la curiosità. E un sorriso. E’ tutto. Semplicemente, come prima non era stato mai.

 

 

Una presenza appena

 

 

 

Mandata a casa dall’ospedale Maria, perché della sua malattia non potrà guarire —detto così, suona come un verdetto d’accusa, una condanna. Alle catene che mette il dolore si aggiunge la colpa. E’ stata respinta, Maria, rimandata indietro. Di nuovo a casa con il suo male ancora intatto. Per lei: niente da fare.

Maria ha figlie e un figlio, ha nipoti, un marito. Maria ha una vita da vecchia. Rinchiusa nell’ambiente domestico, rimane esclusa da qualsiasi speranza.
Dicono che dovrà sforzarsi di camminare, che dovrà fare esercizi regolari di fisioterapia. Soffre molto Maria, fino alle grida, alla morfina. Non smettono, nemmeno adesso, di rimproverarle di essere pigra.

bologna. 16 gennaio 2013.

 
Mistero di Dolore – link
 

 

 

Breviario mediterraneo.

 

Giardini d’ulivo.
Natale 2012.

 
Meridiano.

Alla distanza:
immersa
nel suo moto d’inerzia,
trasparendo nell’ora
lo sguardo
di una muliebre natura.
Ombre di seta
levano
dagli anfratti,
danze alla luce
dal passo fugace.

* * *

Ancestrale.

Di verde,
di blu. Di grigio
elementare. D’argento.

Di passato.

Bianco
tonando
fra cielo e terra
ancora può nominare.

* * *

Portus Sasinae.

Davanti a questa riva
in gorgogli di risacca
lambisce appena marea.
Schiarito il mare della sera,
più denso nel cielo il blu.

Sussegue l’eco di risacca
nell’orecchio:
riporta dell’approdo
antico
la favola del nome.

Improvvisi
rintocchi di campana
spargevano in paese
all’imbrunire: fiumi
invisibili
gettavano di suono
all’aria tersa, sul mare.

* * *

Porto Adriano.

Fra gli astri.
Nero
assoluto
il più profondo del cielo
—azzurro aperto
come i palmi degli umili
il canto notturno
degli uccelli.

 

 

Nell’attesa.

 

Procede Orfeo
all’indistinto della sera,
domandando di esistere.
Impaziente nel passo,
muto
nell’azzurro manto,
come la fronte di un bambino
china
l’orecchio
alla mancanza di parola,
un giorno di più,
nell’immoto canto.

 

 

senza titolo# 1

 

Era appena giorno, ma buio ancora. Cadeva una pioggia minuta: degli oleandri
a schiera sulle lucide foglie come lance ricurve pioveva a scintille. Una luminaria
valeva il bagnato, ai riflessi di luci nel cortile.

 

 

Crisi di Natale.

 

Mai successo negli ultimi anni di attraversare la città “natalizia” così dimessa. Non è nemmeno necessario inventarsi strategie per evitare di ritrovarsi intrappolati nelle isterie del traffico -dei veicoli o dei pedoni, è lo stesso. Tempo di crisi? Sembra improbabile, a giudicare dai prezzi esposti nelle vetrine. Ha aperto negli ultimi mesi un negozio in cui per un chilo di pane si possono spendere fino a otto euro, mentre in quelli che erano i mercati popolari si può trovare una maglia usata ‘firmata’ in vendita a centinaia di euro. Quelli che il lavoro l’hanno perso davvero -essere in cassa integrazione è lo stesso -non dicono di essere in crisi. Quelli non riescono a guadagnarsi da vivere. La crisi allora assume sempre più chiaramente l’aspetto mentale di una classe mediana, esprimendo la qualità di un grigiore obbligato, si direbbe quasi una sua ostentazione. Come se a luci spente fosse visibile il vuoto che gli rimane e la mancanza di cura in cui versano le sue vite. Mentre le strade vuote e i negozi pieni di oggetti dai prezzi di lusso, dicono di poveri sempre più poveri e ricchi che lo sono sempre di più.
Finalmente quest’anno a Natale non saremo privati della bellezza barbarica delle nude facciate di pietra delle due torri più famose in città, rimaste al buio senza le corsie di lucine che riuscivano a far sollevare la testa e perfino a strappare con il cellulare tante piccole fotografie.

 

bologna. Via santo Stefano.

 

“Mater” di tutte le nature.

 

Di sicuro non sono gli alberi di Yule quelli che crescono sui marciapiedi delle strade di periferia. Nessun mito li nobilita a simboli propiziatori nei riti di passaggio, per benessere e fertilità. Eppure anche dov’è più agghiacciato il cuore del vivere come in un lungo, interminabile inverno —là stanno con le loro robustezze, i loro ancoraggi, la stabilità. E la lentezza vegetale, anche il silenzio. E poi le danze inarrestabili.

 

bologna. Viali alberati fra i parcheggi delle fabbriche.

 

 

Toponimie.

 

Sempre si scrive. Com’è possibile, si scrive. Incessante la scrittura si ricrea. Aggettiva spazi su spazi. Non una designazione, un nome proprio —che non lo vuole. Ma vie circoscritte di parola, seminati sentieri di una circolazione comune di gesti nello spazio fra le cose.

Un giardino di panni bianchi stesi al chiuso della notte. Si teme, nel giorno, il momento in cui verranno raccolti e disfatti quegli spazi di bianco, di silenzi, d’amore.

 

Esercizi per le stelle.

 

Questa notte il fragore delle stelle,
come marosi celesti —non se ne può respirare.

Si veglia nell’attesa
il giorno a venire.

* * *

“Leggere ciò che non è mai stato scritto. Questa lettura è la più antica: quella anteriore a ogni lingua —dalle viscere, dalle stelle o dalle danze.”

 

Il brano citato fra virgolette è di Walter Benjamin, tratto dal saggio “Sulla facoltà mimetica” che trovo illuminante -nel modo proprio in cui un testo di filosofia può fare luce sui suoi oggetti, cioè consegnandoci di quelli l’enigma. Oggetto del breve scritto è la facoltà propria della creatura umana di scorgere somiglianze, di cogliere corrispondenze naturali tra le cose, stimolando in sé la reazione mimetica. Una reazione che affonda la sua necessità nell’ambito vitale più stringente, retaggio di un tempo in cui per sopravvivere imperava “l’obbligo di condursi in conformità” rispetto all’ambiente naturale circostante. Ma non solo. Il comportamento imitativo, fin da subito, non avrebbe avuto come proprio campo soltanto quello del microcosmo immediato e tangibile, ma avrebbe investito con la stessa urgenza la dimensione delle somiglianze immateriali, una su tutte la dimensione celeste. Microcosmo e macrocosmo risultavano così saldati tra loro dalla posizione in cui viene a trovarsi la creatura umana. Ma anche la natura come totalità di dimensione che tutto include, della quale non si distinguono parti, ma si manifestano esistenze.
Lo stesso comportamento imitativo si ritiene sia intervenuto anche nella formazione del linguaggio -con riguardo non solo alla parola detta, ma anche a quella scritta. Anzi, potrebbe quasi essere la parola scritta di maggiore aiuto nel rintracciare un rapporto di corrispondenza tra la sua forma e l’oggetto che vuole significare; tra l’una e l’altro sussisterebbe un rapporto di somiglianza immateriale che ne fonderebbe le tensioni. La grafologia insegna che è possibile trovare nelle scritture le immagini che inconsciamente vi nasconde chi scrive. Scrivere, allora, sarebbe anche costituire un “archivio di somiglianze non-sensibili, di corrispondenze immateriali”. La parola, mimetica, diventa una rivelazione di ciò che porta in sè come sostegno: il suo significato. Il significato della parola non come fine del gesto mimetico ma come suo intimo sostegno. E qui si procede con ulteriore, successiva finezza. Il significato altro non sarebbe che il nesso, il portatore in cui “si accende la somiglianza”. Una scintilla. In un baleno. La somiglianza in un baleno, prima di guizzare via. Tutto quello che ci è dato di cogliere. L’essenza del significato in una somiglianza, un rimando di echi brillati in un baleno.  Che la lingua sia poetica fin nella sua stessa genesi?
Sembrerebbe che la rapidità dello scrivere (e del leggere) possa accrescere la facoltà di accendere quella scintilla. Ma questo sarebbe un altro capitolo di altrettanto vertiginose considerazioni.

 

 

Fioriture invernali.

 

Nelle ultime luci della sera, sono le uniche forme di vita all’aria fredda nel silenzio del cortile. Una ha il bouquet di bianco, altre invece del rosso tipico e intenso dei ciclamini. Un’altra ha il profumo dell’azzurro dei boschi.
Le piante erano state scelte nel mattino, al mercato dei fiori sulla piazza del sagrato, davanti a san Francesco tutt’ora meta di devozione popolare. C’è sempre, infatti, chi compra un fiore o una pianta che andrà a deporre, prima di ritornare a casa, davanti all’immagine dell’Immacolata: la cappella, nel giorno del mercato, si trasforma in un campo di fiori.

 

Lucori.

 

 

 

Le prime ore del pomeriggio. La luce bianca di fuori. Dalla finestra il cielo grigiochiaro di nuvole, più fredda l’aria. Dalla tazza di caffè si esala un aroma di tostato caldo. E poi il profumo di cera d’api e di miele. Fra queste cose io, in uno stato di vapore, con la vita dei sensi tutta compresa nell’olfatto —il primo, quello per sopravvivere. Oppure si potrebbe dire in uno stato di convalescenza. Le letture della notte avevano saputo scuotere questa esistenza fino nei suoi più balbettati enigmi. La sensazione al risveglio di averli tutti compresi —non per chiarezza, per averne saputo pronunciare il nome. Nessuna fretta oggi di svelare questa faccia dal sogno.

 

Una fotografia.

 

Dopo un poco che si guarda, succede sempre dopo un poco, di vedere qualcosa. Una fotografia semplicemente registra il fatto. Ieri era una bella giornata d’autunno. E’ anche un inizio, l’immagine, credere che sia possibile scriverne.

 

Alberi in un parco. A Bologna.

 

Medievale.

 

Come per il Tiresia di Leucò, anch’io oggi diventavo altro da quello che sono. E non c’è niente d’insolito in questo, non occorre un dio ad ordinare certe cose.
Un mutamento è doloroso e fisico e ricongiunge la vita al suo retaggio di foresta, il mondo intero al più antico di tutti gli dei. Per impedirsi d’invecchiare accecandosi. Per rimembrare fisicamente l’eterna via a Demetra.

 

Sugli aperti.

 

Quell’avanzo di luce estiva che non trovava la giusta densità per divenire visibile, quel principio di metamorfosi che non riusciva a raggiungere la forma —quella riserva che rimaneva non vista, che non smetteva di venire come carica di elettricità: inutilmente per la visione, ma sufficiente per la coscienza di esistere.
Luna: splendeva come liberata follia nel blu del cielo della notte d’estate, splendeva di sabbia e d’oro. Risuoni d’eco nel silenzio, erano i nostri, confusi e tuttavia realmente veri. Vivi.

 

L’antico popolo dei Messapi viveva qui. Ora è rimasto il sito archeologico, a pochi chilometri da Lecce. Un giorno con la luce di scirocco. Una presenza dentro il vuoto. Un vuoto che chiamiamo tempo.

Era un convento di Domenicani, oggi sede dell’università. Appena entrati nel chiostro secentesco non ci si aspetta le poderose mura romaniche e, racchiuso fra quelle, il vento del mare imprigionato nelle volte di pietra.

Quasi sempre le strade comunali che collegano Lecce agli abitati della provincia sono costeggiate di giardini d’ulivo, alcuni di questi sono secolari, si capisce dalle sculture viventi che fanno i tronchi degli alberi crescendo. Si dice che quel contorcersi e scavarsi, in origine, fu per volontà dell’albero stesso, quando per eseguire la condanna di Cristo si rifiutò di divenirne la croce.

 

 

 

 

 

Contrappunti.

 

Sbocciano i canti degli uccelli
da un istante a un altro ancora:
ricorrono continui e fitti,
e sono schiocchi turchini
nella luce del giorno.

Vibrano sonoramente
stelle,
al canto dei grilli
nell’arco della sera.

 

 

Ognissanti.

 

Confidare nel cielo —un’espressione serissima. Si capisce sotto l’azzurro limpido dispiegato e mite. Una fiducia cosmica scaturisce sorgiva per una luce che splende liberata.

* * *

I morti giovani non invecchiano. La giovinezza interrotta non si ferma di venire, coprendo la morte per il tempo che rimane.

 

 

Viaggio in treno.

 

Leggo durante il viaggio. Con tutti gli altri sensi mi lascio trasportare nella marea compatta di un grigio elementare, di vite ordinarie. Io non rifuggo da questo, io mi distendo nell’onda dell’uniformità.
Dal finestrino le immagini del viaggio in grigioverde continuo, dagli appennini al mare: stretti nel cielo di pioggia i rilievi più solitari in quello, il mare in burrasca confuso al cielo nella luce dello stesso incolore.
All’arrivo, sulla banchina del treno colpisce la quantità di persone ferme ad aspettare. Il vento fortissimo turbina nell’aria calda, morbida mentre si avvince ai corpi nella sera. Profumando di verde e di selvatico si donano alla mente il silenzio luminoso dei passaggi, la calma degli aperti.

 

Senza trucco.

Al centro della mia stanza è una scalinata monumentale. E’ solo un sogno, ma non ci sono angeli che a percorrerla su e giù. Più di una luce stanotte nel gelo sulle vie illuminava gli affreschi degli antichi palazzi, solitarie comete di annunci che nessuno può intendere più. Dentro gli specchi, il racconto necessario di una vita. L’eco di una risata, oscena, che avvince. Più di questo, più veritiero e straniante di tutto veniva il disco lunare, dietro la torre assorbita nel buio. Luna brillante che tuttavia non illumina, fa questa notte più densa. Più lontano e profondo questo cielo di vetro, più limpido e nero. E’ di colpo novembre.

 

Topografie.

 

Al mercato settimanale molte piazzole sono rimaste deserte, gli ambulanti non sono venuti. Altri banchi invece hanno chiuso in anticipo e i venditori con i loro furgoni sono pronti ad andare via. Incomincia a piovere piano, poi con insistenza sempre maggiore, infine a dirotto. Soltanto gli indiani non si muovono da qua, anche se i vestiti sui banchi si bagnano per le gocce d’acqua che trapassano le coperture. Ma chi ha deciso di fare un giro al mercato sfidando il cattivo tempo non può tornarsene a casa a mani vuote, e anche sotto la pioggia e gli ombrelli continua a cercare qualcosa che valga la pena comprare. Ma non è solo questo. Sembriamo felici di trovarci fra sconosciuti sotto la pioggia torrenziale, senza nascondigli.
Il parco e la piazza antistante in cui viene allestito il mercato per due giornate consecutive fino a sera, si trovano accanto a una delle vie principali del centro della città: una volta che si sia usciti di casa esiste una buona possibilità di non rientrare fino a sera. Per questo chi viene al mercato mangia cibo d’asporto. Lo sanno bene i proprietari dei locali vicini che ne propongono di tutti i tipi: dal più tradizionale all’etnico al bio. In circostanze come questa è possibile condividere il tavolino con la famiglia afghana di due bimbette in chador, padre dall’età indefinibile e madre in burqa completo.
Poco distante dal parco è un quartiere che sorge sul corso interrato di un canale, dove per secoli le donne hanno portato i loro panni a lavare. In particolare una piccola zona del quartiere in prossimità di una chiusa è dedicata alla Madonna della pioggia, per il miracolo che si compì dopo una memorabile processione di supplica, in una primavera del 1500. Ci sono un caffè e una drogheria, due vecchi esercizi, che ne portano il nome. E poi la piccola chiesa cinquecentesca dedicata. Sopra la chiesa è l’oratorio della compagnia di san Bartolomeo, dal 1200 dedita all’assistenza dei pellegrini in viaggio per Roma e dei preti poveri, poi degli orfani della peste e della carestia del 1500.

 

 

 

 

 

Più cuore nelle mani

 

“Mettete più cuore in quelle mani” si legge all’uscita sulla vetrata del santuario della Madonna della pioggia. Si può leggere il motto soltanto dall’interno dell’aula, come sempre, in controluce verso il mondo di fuori, ancora un paio di passi nel luogo interiore illuminato di bruno. Guadagnavo la soglia e mi accorgevo di essere stata interdetta.  Semplice la frase. Urgente nel suo tacere un riferimento esplicito al comando divino. Quasi che in questo modo interpellasse ciascuno più da vicino, nel momento presente. Diretta, quasi fusa all’ascolto. L’umanità precipitata nell’espressione massima e più invisibile, nell’operare delle sue mani, resa così più imperativa e sacrosanta.

 

Tempo di vespri.

 

Ho sormontato il monte
e poi la valle,
con occhi spessi di pianto.
Campagne incolte,
i muri bassi, le case.
La limpidezza di un fiore nel mattino.
La luce chiara.

Poi una lunga pausa fatta di bianco impenetrabile, muto. E dopo ancora un sogno vivido e bizzarro, con il mare che fluttua lungo la via san Vitale, blu intenso e profondo, tra il palazzo cinquecentesco degli elefanti turriti e il torresotto del mille, restituiti alla roccia scoscesa e ai capricci del vento.

Tempo di vespri. E’ il tempo di questa stagione, con le ombre che si fanno più fonde più presto, e più solitarie. Oggi è stato un mattino nebbioso. Per strada, quasi senza occhi per guardare intorno, con l’impressione di essere invisibile. Poi è diventato un giorno di piogge rade e intense. Sono ancora le prime.

 

Canti Orfici – una lista

 

 

 

Barbarico

 

 

Quando venni ad abitare in questa città quello che mi colpì fu soprattutto la sua atmosfera bruna, come impregnata fisicamente del colore della pietra, del riflesso di luce che ne emana. E poi la presenza di torri — non solo le principali ma anche quelle che all’improvviso s’innalzano nei vicoli, che già al primo sguardo ti fanno dimenticare il contesto urbano precipitando nella notte delle foreste. Ero arrivata d’inverno, con le nebbie stringenti e il silenzio che cancellano le cose almeno per metà, e della parte che resta indovinavo in quell’ambivalente natura corporea quanto di più oscuro e lontano nel tempo giungesse fino a me.

” Antico ” — non poteva bastare, perché restava una considerazione astratta, una concettualizzazione della mente, mancava di personalità. Il modo in cui la città si offriva invece era fatto di sensi, suggeriva memoria.

Quando qualche anno più tardi rilessi i versi di Dino Campana ecco che come per una reviviscenza avrei incontrato le figure che mi mancavano, che avrebbero potuto essere, abitare quest’antichità connotandola finalmente di quel carattere presentito. Non importava quanto fossero realmente esistite, o quanto invece fossero le visioni favoleggianti nella mente del poeta: erano fatte della stessa natura dei luoghi. ” Barbarico ” era proprio quel rosseggiare imperituro lungo il profilo delle torri, l’ombra di tutte le ore, il vuoto brunire sotto l’arco dei portici.

rosaturca

 

 

 

 

 

 

                                      La Notte.

[1]
Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita, arsa su la pianura sterminata nell’Agosto torrido, con il lontano refrigerio di colline verdi e molli sullo sfondo.

Archi enormemente vuoti di ponti sul fiume impaludato in magre stagnazioni plumbee. Il barbaglio lontano di un canneto. Dal mezzo dell’acqua morta. Da la palude afona una nenia primordiale monotona e irritante: e del tempo fu sospeso il corso.

 

[2]
Io levai gli occhi alla torre barbara. Sopra il silenzio fatto intenso essa riviveva il suo mito lontano e selvaggio.

Per visioni lontane, per sensazioni oscure e violente un altro mito, anch’esso mistico e selvaggio mi ricorreva a tratti alla mente.

La campagna intorpidiva allora nella rete dei canali. Fanciulle dalle acconciature agili, dai profili di medaglia sparivano a tratti sui carrettini dietro gli svolti verdi. Un tocco di campana argentino e dolce di lontananza: la Sera.

Anni ed anni ed anni fondevano nella dolcezza trionfale del ricordo.

[3]
A lato in un balenio enorme la torre, otticuspide rossa impenetrabile arida.

Una fontana del cinquecento taceva inaridita, la lapide spezzata nel mezzo del commento latino.

 

[4]
Davanti alla faccia barbuta di un frate che sporgeva  dal vano di una porta sostavano in un inchino trepidante e servile, strisciavano via mormorando, rialzandosi poco a poco, trascinando uno ad uno le loro ombre lungo i muri rossastri e scalcinati, tutti simili ad ombra. Una donna dal passo dondolante e dal riso incosciente si univa e chiudeva il corteo.

 

 

 

[5]
Strisciavano le loro ombre lungo i muri rossatri e scalcinati: egli seguiva, autòma.

 

Diresse alla donna una parola che cadde nel silenzio del meriggio: un vecchio si voltò a guardarlo con uno sguardo assurdo lucente e vuoto. E la donna sorrideva sempre di un sorriso molle nell’aridità meridiana, ebete e sola nella luce catastrofica.

 

 


 

 

 

 

 

 

Con gli occhi chiusi.

 

Se chiudo gli occhi è una complessa geografia di volte di pietra che si sovrappongono e intersecano fra loro, che si contendono la luce bruna di un portico senza tempo.
Per un poco ho creduto di perdere la voce e l’ascolto in una parola in prestito, che però non era la mia. Per un poco ho abitato fuori dall’incanto, ma quella non era la mia vita.

 

 

“Presto”.

 

Di grigioazzurro,
di bianco.
A fior di pelle di brividi
—a ondate,
a spiccare di note.
Lampeggianti clamori
fanno la spola sottesa
di una mutevole trama:
fra inabissarsi e apparire.

L’impazienza regina
apprende a mordere
il passo.

 

Stanze.

 

“Perché, si domandò, non riesco ad avere sempre lo stesso sentimento, sentire con assoluta certezza che Miss Milan ha ragione e Charles torto, e attaccarmi a questo, confidare nel canarino, nella pietà e nell’affetto, senza sentirmi sferzata da ogni parte quando entro in una stanza piena di gente?” Mabel aveva giudicato il suo aspetto e il suo mondo del medesimo carattere “vacuo, gretto, provinciale.” La convinzione l’aveva assalita, definitiva, quando salutò Clarissa Dalloway e subito “l’infelicità che cercava sempre di nascondere, quella sua profonda insoddisfazione -il senso d’inferiorità che si trascinava appresso fin da bambina -la investì implacabilmente”. Il suo abito nuovo di seta giallina dalla foggia antiquata, che aveva studiato per tante ore con la sartina per il ricevimento della signora Dalloway era il motivo che le procurava tanta straordinaria inadeguatezza, riaccendendo in lei il pensiero della sua codardia, del suo “misero sangue annacquato”. Aveva tentato di essere se stessa -se non poteva permettersi un vestito alla moda, almeno essere originale, per una volta, lo aveva fatto “abbandonandosi a un’innegabile orgia di amore di sé -da meritare di essere castigata, ecco perché si era conciata in quel modo.”
Mi trafigge questo breve racconto (L’abito nuovo) di Virginia Woolf. L’oggetto dello scandalo qui è un abito inappropriato alla circostanza, per di più un abito nuovo, creato per l’occasione. Un abito che dice di chi lo porta, e lo connota, più di quanto non lo facciano i tratti del suo viso, il suo sguardo, la sua voce. Un abito come la materializzazione di quella nostra figura preferita, che portiamo dentro, che dice pure del contesto di gusto in cui abita e prende forma. Provinciale —appare essere in tutta la sua ferocia la stigmatizzazione borghese della differenza di classe, della distanza insanabile di ceto, come di retroterra, di ambiente, di gusto. In gioco è una dimensione d’identità, di appartenenza. Un pregiudizio espresso da un punto di vista borghese e rivolto a chi non si conformi a una moda, uno stile, una tendenza esteriorizzata condivisa. Mi colpisce che la parola venga pronunciata come una condanna dalla stessa Mabel, che la subisce. Di un dolore fiammante la messinscena creata dall’autrice in quel salotto dove si consuma fino alla cenere la consapevolezza e la scelta, infine, della protagonista. In un carosello che possiamo facilmente immaginare di abiti “assolutamente incantevoli” che celano chi li indossa più di quanto non farebbero le più astute bugie. “Perché una festa rende tutto o molto più reale o molto meno reale, pensò; in un lampo vide fino in fondo il cuore di Robert Haydon; vide attraverso ogni cosa. Vide la verità. Ecco la verità. Il piccolo laboratorio di Miss Milan era in realtà terribilmente afoso, ingombro, sordido. Odorava di abiti e di cavolo lesso; e tuttavia quando Miss Milan le aveva messo in mano lo specchio e lei si era ammirata con l’abito indosso, finito, una beatitudine straordinaria le aveva inondato il cuore. Soffusa di luce, era balzata all’esistenza, libera da preoccupazioni e rughe. Ciò che aveva sognato di se stessa era lì: una donna splendida (…) E adesso era tutto svanito. L’abito, la stanza, l’amore, la pietà, lo specchio dalla cornice scrostata e la gabbia del canarino…tutto svanito, ed eccola lì, in quell’angolo del salotto della signora Dalloway, torturata dall’ansia, perfettamente desta alla realtà.”
Richiudo il libretto, supplemento domenicale del 24 Ore. Prendo un lungo respiro. Nella carrozza di un regionale che viaggia verso Venezia di domenica mattina. I posti a sedere sono tutti occupati. Davanti a me una donna anziana nei suoi vestiti colorati dagli accostamenti improbabili, dalle aderenze impietose. Per non parlare della borsetta che si stringe al petto. Dopo un primo sguardo, guardo ancora, con calma, guardo la donna e immagino le sue stanze, quelle della sua casa, le vie intorno alla casa, altre donne come lei -amiche, parenti, più o meno la stessa età, allo stesso punto nella vita. Posso guardare in tutto questo. Posso spingermi fino a intuire una linea di coerenza in tutta quella fiera d’improbabilità che porta addosso, posso lasciarmi guidare dai suoi occhi mentre si guarda nello specchio. Sì, credo che lei si voglia così. Infine, scopro che non mi dispiace.

venezia. 7 ottobre 2012.

 

Tempo

 

E’ nel mattino presto,
quando gli azzurri sono più
trasparenti
e il disco solo della luna
brilla illuminato:
non caldo, né freddo,
matido d’acque come ogni principio
viene anche il giorno nuovo.
Con mano antica il tempo si dipana:
di stupore
empie la bocca muta,
fra i vapori aerei e i merli del Podestà
gareggia
senza posa,
costeggiando di luce anche nel cielo di oggi
il vicino, il lontano,
l’immenso.

bologna. 3 ottobre 2012.

 

Notturno urbano.

 

Il giorno nuovo si trae fuori dalla notte:
sopra gli aperti di pietra —questa notte,
di vento veloce e fresco. Sonoro
allo stormire di foglie nei giardini,
sussurra negli archi
“enormemente vuoti” della teoria di portici
che scrive la città.

Stellato,
come fiume limpido in cui
l’universo notturno si rispecchi:
così viene il giorno, in attesa,
fra due notti
che gli fanno da sponda.

 

Cannette e calamai.

 

In fondo alla piazza dell’Orologio, lungo la via stretta che costeggia le mura dell’antico palazzo del governo della città si trova una cartoleria. Dal 1810 il negozio è là. Le gestioni dell’attività si sono succedute nel tempo, ma da qualche parte esiste ancora il magazzino con gli articoli delle diverse epoche. L’uomo che insieme alla moglie gestisce la cartoleria è un professore di matematica in pensione e collezionista appassionato di oggetti antichi. Di sera, dopo cena, si seppellisce nel deposito vecchio di secoli a riesumare -come dice lui -cose d’altri tempi che nemmeno ricordava più di avere conservato. Il modo in cui ti racconta di quegli oggetti che a volte  rimette in vendita per qualche appassionato, come ti parla della loro storia, dell’uso, dell’oscurità del ricordo entro la quale ogni sera lui muove le sue ricerche diventano pure il paesaggio dove si stende il suo sorriso, ed io posso immaginarne la meraviglia notturna e solitaria per ogni nuovo tesoro dissepolto dal suo magazzino come dal fondo stesso di un’altra dimenticanza e riportato in negozio, messo di nuovo in circolazione, nella vita.
Non saprei dire l’età dell’uomo. Nonostante la mia frequentazione a periodi alterni della cartoleria, del suo viso non saprei focalizzare i lineamenti, la forma oppure il colore. La sua voce, piuttosto, discreta ma sempre di buonumore, la vivacità dei gesti, i modi gentili dai quali trapela uno spirito giocoso prendono il sopravvento sul corpo dell’uomo, sulla sua storia.

 

Un compimento.

 

Quando succede si sa. Prima: è impossibile da capire.
Per tutto il giorno il cielo è rimasto sereno, l’azzurro più trasparente nell’oro della luce. Ancora fino a sera.
Appena sveglia, c’è stato oggi chi ha detto di ritrovare nell’espressione sul mio viso il riflesso degli aperti.

Per tutto il giorno dentro la pagina scritta. Del tempo trascorre la sua luce alla finestra: perduta. Con l’attenzione distolta da qui, dimenticando di vivere. Le lancette dell’orologio a corda contano l’ora sempre più lentamente, fino a indicare un tempo improbabile quando nell’aria le campane delle chiese rintoccano le sei.
E’ sera. Ho bisogno di una tazza di caffè.

Il lavoro è finito. Il Primo canto: chiuso. Insieme alle ultime fotografie. Più tardi, sarebbe durato ancora per un poco fino al cadere dell’oscurità. Poi, sarebbero state soltanto le note della Passione nella stanza.

bologna. 25 settembre 2012.
 

 

Tra fiume e mare.

 

Vallette di Ostellato (Fe). Settembre 2012.

Sopra i lembi di terra fra i canali e il mare con la sua distesa. Quasi nessuno in questi luoghi dopo le ferie estive.

Lido di Spina, di notte. L’aria liquida, immota e densa, il profumo bagnato della resina dei pini. Appena un debole  presentimento di come mille anni fa doveva essere qui.
Respiro, disancorata.

21 settembre 2012. In viaggio.
 

 

Passaggi# 3

 

 

 

Scritto per oggi

Era un mattino limpido e silenzioso. L’aria nuova riserva ancora un poco del calore estivo.

* * *

 

Profuma l’aria
Di un avanzo di calore estivo.
L’azzurro      immoto.

 

* * *

Scelgo vestiti e nuovi colori per questo passaggio di stagione.

* * *

 

Scivola, non visto
Il tempo —fra muro
E muro.
Presto cade la sera.

 

bologna. 18 settembre 2012

 

 

 

Passaggi# 2

 

 

 

La Passione

      Quella di Bach, Secondo san Matteo. La risonanza elementare di ogni sillaba nel canto della voce, senza enfasi, priva di espressione. Un puro canto in musica.

      Di recente, nei miei risvegli trovo il suo incedere sorgivo già dentro di me.

bologna. 12 settembre 2012

 

 

 

Passaggi# 1

 

 

 

Di mattina presto

      I merli hanno già smesso di cantare. Per breve tempo insieme a uccelli diversi hanno intessuto questo spazio di sonoro.

      Non mi accorgevo alla finestra che il cielo si è schiarito. Spengo la luce, mi addormento per un po’.

bologna. 27 giugno 2012